Palestina, 15 maggio e Nakba

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    Per gran parte del mondo arabo, martedì scorso è stato il Giorno della Nakba: l’esodo della popolazione arabo-palestinese, dopo la fondazione di Israele.

     

    Al termine del Mandato Britannico di Palestina (1920-1948), il Regno Unito governava la regione a seguito della sconfitta dell’Impero Ottomano durante la I Guerra Mondiale. Con la Dichiarazione Balfour del 1917-e durante la guerra arabo-palestinese, tra il 1947 e il 1948- più di 700mila arabi palestinesi di religione cristiana e musulmana furono costretti ad abbandonare le loro città e i loro villaggi.

    Nonostante la cessazione del conflitto, nel 1949, fu negato ai palestinesi il ritorno nelle loro case. I cosiddetti rifugiati palestinesi, e i loro discendenti, ad oggi (censimento 2015), vivono in Giordania, Striscia di Gaza, Cisgiordania, Siria e Libano. Parecchi in campi profughi.

    Lo storico israeliano, socialista ed anti-sionista, Ilan Pappè, ha definito l’esodo palestinese pulizia etnica da parte di Israele.

    Martedì scorso, con la ricorrenza del 70esimo anniversario della Nakba, ci sono stati violenti scontri tra israeliani e palestinesi, al confine orientale della striscia di Gaza. 60 palestinesi uccisi, di cui 8 minorenni, ed oltre 1.200 feriti. Scontri che erano iniziati lunedì 14, a causa dell’apertura dell’ambasciata Usa a Gerusalemme. Una delle decisioni, politiche, più controverse della  Amministrazione di Donald Trump.

    Il governo palestinese si è rivolto all’Onu. In particolare all’Unhrc, Alto Commissariato delle nazione Unite per i Rifugiati: “Vogliamo che si organizzi un incontro urgente, per decidere l’invio di una missione internazionale, per investigare sui crimini commessi dalle forze di occupazione militare contro gente inerme”.

    Marco Crestani

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