Nostos

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    Forse tutte le pagine sono state raccolte per arrivare a queste ultime righe. A quest’ultima parola. Nostos. Parabola riassuntiva di una vita. Parola ultima e prima, bellissima e terribile. Indica l’aperto. Privo di tempo, luogo. Ben oltre ogni stella: quel segno astrale luminoso tra i campi di latitudine e longitudine la cui distanza si coglie con la misura in velocità della luce.

    Ora, tradurre nostos per nostalgia ne sarebbe riduzione. Sottintenderebbe il passato di cui si avrà vissuto esperienza. Per quanto, noi si sa, come ogni rivisitazione sia prepotentemente narrativa già nella ambientazione di tempo e luogo: prospetto di un palcoscenico dove noi si recita noi stessi a soggetto.
    No.
    Nostos rifugge passato e futuro. Piuttosto crisalide nel congiuntivo che io sia. E si dimostra nell’infinito essere. Aperto e immutabile. Oltre, dunque l’umanissimo vissuto volto in sentimento. Nostos si intuisce di là. Di là dal perimetro. Dal confine. Dal dettato della fisica. Di là dal corpo. Platone (Teeteto) lo scrive con la limpidezza sovrana: “L‘uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”. L’essere oltre l’esistere.
    Nostos, parola ultima e prima, bellissima e terribile, sorge da lì, in quell’aperto estraneo ad ogni grandezza. Semplicemente l’aperto. Nella semantica la parola incastra l’andare col dolore. Un cammino in cui i passi non battono il suolo e un dolore in cui non si contano le lacrime. Solitario cammino. Tra altissime cime e subitanei abissi. Vertici invocanti. Voce fasciata e squillante, profonda sino al cavo silenzio in cui sporgersi per cogliervi l’ultima più lieve vibrazione. Un cammino lungo il quale il dolore vuole essere abitato. Tutto il dolore e tutto il cammino. Così la possibile misura delle cose che sono e non sono.
    Decenni fa, tanti, sfogliando un volumetto di Emily Dickinson, il foglio s’aperse al verso Il desiderio della farfalla per le stelle. Poi, anni postumi, in una balera equivoca, tra schiamazzi e accenni di risse, scorsi una candida farfalla accartocciare in un sibilo le sue ali al globo incandescente di una lampada a petrolio fumigante. L’attimo antecedente l’odore strinato di morte forse intuii, in quel frastuono, un lamento. Era il suono aurorale che precede la venuta di ogni parola, grammatica, sintassi, perifrasi. Il nostos

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