Mondi Lontanissimi- Debhora, Giacinto e il ‘tesouro do mar’, di Sabrina Carrozza

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    Davvero bella la nuova storia che la nostra collega Sabrina Carrozza ci racconta dall’isola di Capo Verde e da Boavista. Tutta da scoprire, e assaporare. Buona lettura!

     

    È l’isola che decide per te.

    Me lo ripete ogni volta che ci vediamo, Debhora. Non perché abbia particolari capacità divinatorie, anche se quei suoi occhi verdi come acqua marina potrebbero ipnotizzare chiunque. Ma perché per lei e Giacinto è andata proprio così.

    Quando sono arrivati a Boa Vista, questa coppia ne aveva già viste delle belle. Si sono conosciuti sulle piste da ballo, e dall’area di Torino sono presto partiti insieme per il Brasile. Lei, assicuratrice ma con altri piccoli lavori per arrivare, da sola, a fine mese, ha seguito Giacinto, che ha sempre lavorato nelle costruzioni, nei progetti che lo portavano là. E poi sono tornati, ma hanno capito sin da subito di voler cercare qualcosa per entrambi. Ma qualcosa ha trovato loro, appunto. Non sei tu a decidere.

    Mi succede spesso di ascoltare le storie di chi arriva a Capo Verde con un’idea, che si rivela inapplicabile, o che ne nasconde altre, al momento invisibili. Capita in realtà a molti di noi di avere svolte inaspettate, nella vita, ma Boa Vista sembra accentuare al massimo l’idea della Possibilità. Tutti i suoi abitanti sanno che potranno fare molti lavori, tutti differenti, nella loro vita. Senza angosciarsi molto per il futuro, secondo quel “No Stress” che è diventato emblematico, anche se il motto è importato più dagli africani continentali che coniato, per così dire, dai locali.

    Giacinto aveva un’idea precisa, quando è arrivato qui. Un’attività a pochi metri dalla spiaggia, da valutare con calma, lasciando un tempo e uno spazio alla conoscenza dell’isola e dei suoi abitanti, della sua natura. Durante una di queste lunghe passeggiate sulle spiagge, Debhora ha avvistato una grossa boa di plastica e, senza comprendere bene il perché, si è incaponita per portarla a casa, trascinandola a fatica fino alla jeep, per poi scoprire, bucandola, come fosse piena di acqua. In un’altra occasione invece, il gestore di un B&B le ha raccontato come avesse preso un voto basso sui motori di prenotazione online perché mancavano delle abat-jour nelle camere. E così, un po’ per gioco, un po’ per quella curiosità che l’aveva fatta guardare dentro la boa, un po’ perché piena di meraviglia per le bellezze che raccoglieva sulla spiaggia, Debhora ha realizzato le prime due lampade da tavolino con le conchiglie, insieme a Giacinto. E le sono venuti benissimo.

    Tre anni fa il lavoro è iniziato in casa: lampade e centritavola, perché la voce si è diffusa e sono arrivate le richieste. Di un ristorante prima, una proposta di esporre a una mostra poi. In cui hanno venduto tutto quello che avevano portato. I segnali iniziavano ad essere numerosi per non capire quale strada dovessero intraprendere, una strada iniziata per gioco per lei, con un grande risolutore di problemi tecnici al suo fianco. Così hanno aperto il negozio, che aveva un anno di vita quando è arrivata la pandemia.
    Oggi, se volete trovarli, basta andare al Tesouro do Mar che – guarda caso – si trova a pochi passi dal luogo che avevano scelto per quella loro prima attività. La porta si apre su un negozio piccolo che sembra proprio la stanza del tesoro, tanto è pieno di meraviglie. Perché da quelle abat-jour le loro mani non si sono più fermate e, raccogliendo e trasformando, hanno iniziato a produrre gioielli, lampade, sedie e tavoli, quadri. Conchiglie ma anche vecchi manifesti, legni recuperati in spiaggia, alluminio, cordame, collante per le barche, resina sono diventati il materiale che insieme hanno scoperto di sapere e poter trasformare. Unendoli ancora di più, se è possibile.

    Il negozio è aperto ed entrambi lavorano sempre a nuove idee. Lei, nel suo mini laboratorio a fianco alla cassa, con cesellatore e pinze, ha appena realizzato nuovi gioielli con il caffè e la farina, con le noci di cocco, la jacaranda, i cavi vecchi dell’AEB (l’azienda di acqua e luce), le lattine e chissà quali altre invenzioni. Lui, invece, nel cortile che si apre alle spalle del bancone, il quintal su cui incombe un grandissimo albero di tamarindo, realizza sgabelli e tavoli in cui cola con pazienza, strato per strato, inserti di resina che intrappolano conchiglie, sabbia, stelle marine. E mi parlano anche dell’artigianato locale, che ha un valore grandissimo, come quello di Eurico (di cui abbiamo scritto qui) e di altri, che rivendono sempre nel loro negozio: cestini e saponi del Nord, tartarughe di pietra, ceramica di Rabil, giocattoli di latta e portafogli con le scatole del caffè e barche in miniatura, tutte differenti, he riproducono quelle del porto. L’integrazione è la chiave per fare conoscere ai turisti la Boa Vista autentica. Insieme alla conservazione, che spesso invece è più difficile. Come quando è stata abbattuta la tonnara e quasi sono stati guardati male quando loro due hanno recuperato i manifesti storici…

    Giacinto e Debhora hanno il sorriso di chi ha trovato il giardino segreto. Ma non lo hanno deciso loro, ed è per questo che il loro miglior consiglio è quello di saper ascoltare. E lasciar fare a Boa Vista, che si parta o che si resti.

    E quella pesantissima boa, che fine ha fatto?
    Una volta bucata, nella parte bassa, e lasciata ben asciugare, Debhora ha chiesto a Giacinto di fare tanti piccoli buchi su tutta la superficie tonda, mettendo fin da subito gli strumenti di lui a dura prova. E poi lei ha disegnato intorno un grande fiore, inciso pian piano con un bulino. E poi ha cercato una lampadina. E quando l’ha accesa, il fiore si è disegnato su tutto il soffitto. Da allora ne sono nate molte, di boe grandi e piccole, con disegni differenti e colori inediti, una volta illuminati. Ma quella prima, dice lei, è da sempre la più bella. Un po’ come gli amori grandi grandi, che diventano unici.

    di Sabrina Carrozza

     

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