Miseria e nobiltà

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    Miseria in queste ore che rincorrono giustificazioni da tribù di ringhiera, i politici presenti, sugli operati arresti mattutini. Leghisti, piddini, stellini, botulini (Forza Botulino), che si ringhiano colpe vere e presunte, l’uno contro l’altro riconducibili a grida sui piedi sporchi e il fiato marcio. Splendido, leggere nell’approssimato italiondo, (l’italiano da terzo mondo) grafomani eruttare nel gran maiuscolo sto con lui. Miseria di un sindaco che, ancorché innocente e dovrebbe farsene fiero (anche il Cristo lo è, innocente, e proprio perché innocente condannato alla morte da un popolo ridotto a plebe, ieri l’altro come ora) dopo essere stato sfiduciato dai suoi, i suoi uomini (e leggasi per uomo la specie umana) in causa di un cavillo che un qualche mozzorecchi, abile senza dubbio, scova lo scabbio nella piega di un’unghia, e per quest’insetto estratto, così si estrae dal laccio del diritto il lacciuolo, persiste dunque in quel suo incedere senza più gloria e senza più uomini. Così cadde Sagunto. E così sarebbe caduta Legnano se Alberto da Giussano fosse stato ostracizzato dai suoi fanti arrancanti nelle terre a palude di sangue e feci e dolore. La storia è sempre contemporanea. E mentre la famiglia, la gente ed i clientes s’alzano in urla, gli avversari, dentro lo speculare riflesso dello specchio opaco, famiglie gente e clientes s’elevano in ringhi. E i giannizzeri di una stampa rorida di opinioni al crepuscolo si distribuiscono in patenti di onestà e corruzione. Di tutta un’erba un solo fascio di forasacchi. Che poi si ritroveranno, i giannizzeri, a bere il tè sghignazzando complici nel cinismo dei bari. Privi di quel gran lume che di Ulisse, il frodatore, padre Dante accende. E sia, nel proseguire di frescacce da tendina amovibile per oscurare del camposanto la sua autentica redenzione, dalla vita alla vita. Quasi che una croce induca nella tentazione di risolvere il finito nell’infinito. Ah, la spietatezza dei laici che non si scorgono le caviglie già tarlate dalle varicose. Avanti nella giornata incombente in dispute dentro le ingiurie, il sole compie il suo giro sul carro e di questa necessità anch’egli è costretto. Ma l’uomo è libero, molto più d’ogni astro. In due parole monosillabiche, sì, no, si dimostra più grande del firmamento. Sì. No. Le giustificazioni ai cortigiani, ha detto ma voleva dire. Quasi che il dire sia ininfluente dall’essere. Tu sei quello che dici, e quello che dici, lo dici. In fondo al viale dei tigli, che ogni dì accetta il mio incedere, incontro Caligola. Il più stoico tra gli imperatori di Roma. Nella sua malinconia divorante l’amore che pativa per la sorella Drusilla, questa passione nera quanto il sangue rappreso a pozza dopo lo sgozzo, lo impazziva di una mestizia incapace di corrispondere alle continue richieste di danaro, danaro, danaro, che ogni istante i senatori gli richiedevano e li fiaccò, con il ferro, sino a fare del suo cavallo, emblema irridente nella grande innocenza della natura, di un senato marcio e per dire al mondo, il suo quanto il contiguo nostro, come fosse esausto del mercimonio. Lo vedo lì, Caligola, nei suoi occhi ora placati dalla gran quiete di ogni morte. Broccola, il suo sauro, che lasciò la lorda sui marmi di Roma. Attraverso, e nell’aperta piazza chiusa alla motoristica transumanza ecco un ragazzo, già prossimo alla prima maturità, che dispone una tastiera contrappesata. Biondo e bello e di gentile aspetto. Siede e attacca in replica un giro di scale per disincagliare mani ed avambracci da quella vergogna che nutre nel fondo dell’occhio chiaro. Bello come lo sono solo gli sconfitti, depurato da quella scoria plebea della vittoria che si rinfacciano, l’un contro l’altro, nel torbido argomentare politici d’accatto. Attacca in pieno giorno la luce che lo irradia: un notturno. Lo esegue con disinvoltura rapito egli dentro quella grande voce che dà forma alla notte. Ed in queste note, mentre i passanti scalchignano sul selciato sconnesso che mai alcuno a più cura a risistemare, la cura svanita dell’uomo occidentale per la sua grandezza, in queste note si coglie di quella voce il sussurro fiat lux, eccolo l’illuminismo profondo. La nobiltà di questo ragazzo che mi dirà, in un italiano esiguo, essere polacco che si mantiene ad un perfezionamento conservatorile suonando per le vie, mi cresima lungo tutto il viale e pare che la musica m’insegua mentre invece ella mi precede. Ed alle spalle lascio le grida della miseria. La udì e la vide Manzoni, il grande Alessandro dimenticato. Grida. Miseria. Peste.

    Emanuele Torreggiani

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