L'Editoriale

Minima moralia

L’altra mattina di buon’ora, 7.30, me ne sto seduto in un caffè milanese angolo via Paolo Sarpi. A me piacciono le grandi sale, i quotidiani steccati, l’aria che profuma di sandalo, il caffè servito da un cameriere ben rasato in journey jacket. Son lì seduto, immerso in una bava di musica, che leggiucchio e, mentre la cameriera: labbra rosa, seni pesanti, passo lieve, mi serve la tazzina allunga sul tavolo la sudicia mano d’un mendicante. Uno dei tanti finti accattoni che il destino fa sbarcare in Italia. E vestito, l’accattone, con cintura fendi e scarpe gucci, che poi siano originali o farlocchi vai a capire come distinguere la plastica vera dalla plastica riciclata. Ho fame mi dice. Se hai fame fai colazione che la pago io. No, dammi cinque euro. No ti do cinque calci nel culo. Al che s’intromette la cameriera che gli dice, riassumo, io sono rumena e sto qui in Italia a lavorare, se vuoi lavorare qui in fondo alla strada cercano un operario da falegname. Quello scappa con a tracolla la sua vuitton.

E.T.

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