Migranti, accoglienza e polemiche: ci scrive Sergio Colombo. E noi rispondiamo

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    Riceviamo e pubblichiamo da Sergio Colombo, del Comitato Intercomunale per la Pace

    Siamo esterrefatti dall’apprendere dalla stampa locale quanto sostenuto lo scorso 20 giugno nella sala consiliare di Santo Stefano, sia pure con toni diversi, dal sindaco Tunesi e da diversi amministratori locali, oltre a Massimo Garavaglia e Mario Mantovani.

    Il primo elemento di sconcerto deriva dalla scelta della data: il 20 giugno, infatti, si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Rifugiato, appuntamento annuale voluto dall’Assemblea generale dell’Onu, il cui obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione di milioni di rifugiati e richiedenti asilo. Al contrario, per quanto abbiamo capito, il messaggio dato durante la serata è stato che rifugiati e richiedenti asilo sono degli approfittatori e che vanno respinti, senza neppure valutare la loro storia e le loro condizioni. Si tratta di un atteggiamento inaccettabile, che abbiamo segnalato alla sede Onu in Italia, e che getta sul nostro territorio e sull’Italia intera l’onta dell’inumanità.

    Quale sia la condizione di molte parti del mondo lo sappiamo bene: anche se ogni paese ha il dovere di proteggere i diritti dei propri cittadini, spesso, per ragioni basate su motivi politici o discriminazioni, non lo si vuole fare o non si è in grado di farlo. È questo che costringe le persone di quei paesi ad abbandonare la casa, la famiglia e la comunità di origine. Poiché i diritti di queste persone non sono protetti dai loro governi, la comunità internazionale interviene per garantire protezione e sicurezza. È il principio di non-respingimento, in base al quale un rifugiato non può essere espulso o respinto verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero seriamente minacciate. Chi crede che la soluzione al flusso di persone che stanno arrivando in Italia sia blindare le frontiere, fare accordi con i paesi di transito perché impediscano le partenze, ricorrere al rimpatrio forzato, sappia che, oggettivamente, si rende complice delle politiche di repressione dei paesi di origine. Per non parlare poi del fatto che quello che noi vediamo in Europa è un riflesso molto parziale di quello che si vive altrove, perché, a causa degli innumerevoli conflitti – guerre, ma non solo – che ci sono nel mondo, sono più di 65 milioni le persone costretta alla fuga, delle quali quasi il 90 percento è accolto nei paesi poveri. Come possono i paesi ricchi, come l’Italia, mostrarsi così insensibili? E, secondo quanto espresso a S. Stefano, si dovrebbe fare ancora meno (possibilmente zero)!

    Noi vogliamo restare umani, vogliamo fare la nostra parte, denunciando ovunque nel mondo l’ingiustizia e la sopraffazione, rifiutando l’uso della violenza, promuovendo la ricerca di una vera soluzione ai conflitti, e vorremmo che l’Italia e l’Europa aprissero canali legali per l’arrivo di queste persone che, e non possiamo più sopportarlo, sono costrette ad affidarsi ai trafficanti di uomini e ad arrivare illegalmente solo perché noi impediamo loro di entrare nel nostro paese in modo regolare.

    Del resto, non ci sembra difficile da capire, chi tra noi affronterebbe i rischi di un viaggio del genere se non fosse nella necessità estrema di farlo? La politica dei respingimenti e dei muri è inumana. Oltre che inutile: chi è nella necessità di lasciare il suo paese e cercare rifugio in un paese dove si possa sperare di vivere dignitosamente (e l’Italia e l’Europa, per nostra fortuna, per il momento lo sono) continuerà a farlo. Con o senza muri.

    Per altro, a quanto risulta, durante la serata alcuni relatori hanno affermato di non essere persone insensibili e di provenire dal retroterra del cattolicesimo e hanno proposto come soluzione l’aiuto nei paesi di provenienza (sia pure non sulla base della sensibilità ma solo perché costerebbe meno). Su questo sarebbe ora di passare ai fatti. Chi se non gli amministratori e i politici dovrebbero mettere in pratica questo proposito? Si aumenti in maniera significativa la cooperazione internazionale (possibilmente senza foraggiare gli stessi governi che costringono parte dei loro cittadini a fuggire). Noi siamo d’accordo e, nel nostro piccolo, l’abbiamo sempre fatto oltre che proposto alle amministrazioni locali del nostro territorio. Per altro, sappiamo che un’azione del genere non potrà che avere risultati nel lungo periodo: nulla a che vedere con l’accoglienza di profughi e richiedenti asilo nei prossimi mesi o anni.

    Anche su questo, allora, la posizione illustrata a Santo Stefano appare strumentale, poco più di una scusa. Anche questo, a nostro parere, è indegno.

    Ma forse il tratto che più ci preoccupa è il tentativo di fare credere alle persone presenti alla serata che quanto speso per l’accoglienza sia sottratto agli interventi per le necessità degli italiani e che chi opera nei centri di accoglienza voglia solo fare affari (“NO al business dell’immigrazione”).

    Innanzitutto osserviamo che quanto speso per i Centri di accoglienza, copre a malapena i costi degli stipendi degli operatori, il vitto e l’alloggio (sempre che la struttura operi realmente secondo quanto previsto dalle convenzioni stipulate con la Prefettura) e che quanto speso finisce di fatto nei supermercati, nelle cartolerie, nelle farmacie di quel luogo, di quel Comune, di quel territorio, insomma nelle tasche degli italiani. Poi diciamo, anche qui, che sulla necessità di aiutare maggiormente gli italiani in condizioni di bisogno, siamo assolutamente d’accordo e che, sempre nel nostro piccolo, abbiamo sempre cercato di farlo e di proporlo alle amministrazioni locali. Invitiamo quindi gli amministratori e i politici a mettere in pratica questo proposito, riducendo le spese non necessarie e aumentando le tasse.

    Quello su cui non possiamo essere d’accordo è il decidere, a priori, che due esseri umani debbano essere trattati diversamente solo in base al luogo del mondo in cui sono nati. Per favore, restiamo umani e rispondiamo ai bisogni riconoscendo in tutti, italiani o stranieri che siano, il valore di essere persona.

    E a chi, italiano, applaude allo slogan “prima gli italiani” facciamo osservare che se si comincia a dividere le persone in base all’appartenenza si prende una brutta china: si potrà poi dire “prima i lombardi” (e addio agli immigrati dal Veneto o dal sud Italia), o anche “prima quelli del mio partito”, per arrivare poi a “prima i miei amici e i miei familiari”. E’ già successo.

    Rifiutiamo quindi il tentativo, che ci sembra di vedere nella serata che si è tenuta a S. Stefano lo scorso 20 giugno, di mettere italiani e stranieri gli uni contro gli altri; pretendiamo che a ciascuna persona sia data l’attenzione che merita, in base alla propria situazione.

    Siamo preoccupati del fatto che sempre più in Europa l’arrivo di persone straniere (rifugiati, ma anche semplici migranti) sia percepito come una crisi, a tratti come una vera e propria minaccia. Questo fenomeno che, lo ribadiamo, non si arresterà nel breve periodo, sta diventando capro espiatorio per il diffuso scontento della popolazione locale, scontento che è causato, in realtà, da ragioni che poco o nulla hanno a che fare con la presenza degli stranieri. Purtroppo osserviamo che in questa come in altre occasioni c’è chi, invece di proporsi alla cittadinanza come guida lungimirante, semplifica le cose e offre facili “soluzioni”, che purtroppo non faranno che peggiorare la situazione. Speriamo almeno che non si tratti di un mero calcolo utilitaristico …

    Secondo noi le vere frontiere non sono nelle carte geografiche, ma nella nostra sensibilità, nel nostro senso di umanità.

    Con convinzione e urgenza vogliamo dire che l’unico futuro possibile è un futuro comune, che accompagnare i rifugiati ed essere con loro è, oggi, il modo più pieno di vivere la nostra cittadinanza. Ed è il modo più giusto per costruire società aperte e solidali in cui pace e diritti non siano privilegi, ma categorie accessibili a tutti (anche agli italiani che sono nel bisogno).

    Invitiamo quindi tutta la popolazione, anche chi ha partecipato alla serata a Santo Stefano, a non farsi prendere dalla paura e dalla preoccupazione per il futuro: la nostra concreta esperienza è che entrando in contatto diretto con questi nostri nuovi vicini di casa si capiscono molte cose, si cresce, si scopre che, nel bene e nel male (proprio come tra italiani), gli stranieri tra noi sono uomini, donne e bambini con cui è bello condividere pensieri ed esperienze, lavorando sul serio per la costruzione di un mondo migliore possibile.

    Provare per credere.

    Sempre disponibili al confronto,

    Sergio Colombo

    Presidente del Comitato intercomunale per la Pace

    “Se il fenomeno dei flussi continuasse con questi numeri la situazione diventerebbe ingestibile anche per un Paese grande e aperto come il nostro”.

        Lo ha evidenziato il presidente Sergio Mattarella parlando con il primo ministro canadese Justin Trudeau oggi ad Ottawa. Il Capo dello Stato spiega che si tratta di “un fenomeno epocale che non si può cancellare alzando muri ma occorre governarlo con serietà” e “va governato assicurando contemporaneamente la sicurezza dei cittadini”.

    Nel giorno in cui Sergio Colombo, con la passione sociale e politica che lo distingue da anni, scrive al nostro giornale on line per commentare l’assemblea pubblica di settimana scorsa a Santo Stefano Ticino, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella- tutt’altro che sospettabile di simpatie scioviniste o estremiste, per l’incarico che ricopre e la sua personale storia politica- ha pronunciato parole che a nostro avviso sono ultimative.

    Nel senso che ovviamente e purtroppo NON risolvono l’emergenza umanitaria, ma che in modo chiaro denunciano alla comunità internazionale quanto forze politiche definite ‘egoiste, xenofobe e razziste’ dicono da almeno 3 anni: QUESTO  modello di accoglienza e integrazione NON funziona, caro Colombo. Non funziona per millanta motivi che tutta notte canta: a Santo Stefano, incontro che lei cita ma al quale non era presente (a differenza nostra) sono state proiettate decine e decine di NUMERI, non di OPINIONI, che attestano in modo impietoso il perché dei tanti dubbi che ammantano questo fenomeno.

    Una spesa complessiva superiore ai 4 miliardi e 300 milioni di euro, spesi sino ad oggi; il fatto, che lei non cita, che il Commissario Europeo Avramopoulos e il Ministero degli Interni HANNO ATTESTATO CHE DEI RICHIEDENTI ASILO ATTUALMENTE IN ITALIA NON HANNO DIRITTO ALL’ASILO STESSO IL 70-80% dei migranti arrivati sulle nostre coste. E allora dovremmo rifletterci, caro Colombo. Dovremmo riflettere sul fatto che a Magenta, alla cascina Calderara, arrivano alcune decine di madri con bambini in mezzo alla campagna, nella porzione di una cascina che un professionista milanese ‘mette a reddito’ accordandosi con una cooperativa che partecipa al bando della Prefettura di Milano. E senza le associazioni di volontariato che hanno fornito coperte ed altri generi di conforto, quelle persone avrebbero avuto ancora più difficoltà. O le sembra normale che, a distanza di 3 anni, un centinaio di ragazzi si trovino alla Vincenziana di Magenta senza sapere che cosa sarà del loro futuro, e se hanno o meno diritto all’asilo e a rimanere in Italia?

    E perché non cita il fatto che all’Autorità Nazionale Anticorruzione, e a Raffaele Cantone, il consigliere regionale Riccardo De Corato ha presentato un esposto dopo che il Comune di Milano ha elargito contributi diretti per milioni di euro a una manciata di cooperative sociali? Le sembra un fatto normale?

    Ribadiamo che NON è in discussione il carattere accogliente e il grande cuore che Milano, la Lombardia e l’Est Ticino hanno SEMPRE dimostrato. E’ in discussione questo modello di accoglienza, con tutti i suoi annessi e connessi.

    Chiudo con una domanda, caro Cattaneo: ma lei si è chiesto come mai  persone di indiscusso spessore umano e solidi valori religiosi  come Dario Tunesi, Fabio Merlotti o Mario Mantovani hanno detto un secco NO al piano di accoglienza in atto? Fossi in lei, siccome non si tratta di ‘razzisti, xenofobi o razzist’, me la farei.

    Cordialità

    Fabrizio Provera

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