“Mai più guerre, Mai più violenze!” Robecco sul Naviglio ricorda la strage del 20/21 luglio. Questa sera alle 19 del cippo in onore di don Gerolamo Magni

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    ROBECCO SUL NAVIGLIO – Sono due le iniziative promosse dall’Amministrazione di Robecco sul Naviglio per celebrare le vittime dell’eccidio nazifascista del 20/21 luglio 1944. 

    La mostra di pittura con le opere di Giancalo Colli rimarrà aperta fino al 2 agosto presso la biblioteca civica,  di rilevante è la scopertura questa sera martedì 21 alle 19 del cippo in onore di don Gerolamo Magni all’epoca di questi tragici fatti,  coadiutore a Robecco tra il 1943 e il 1944.
    Il pittore Colli con il Sindaco Barni e l’Assessore Barenghi
    PER NON DIMENTICARE: PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA A CURA DEL PROFESSOR PINUCCIO CASTOLDI
    Il tema della memoria è centrale nella realtà contemporanea e anche il mondo dell’arte può dare il proprio contributo nel far sì che la storia non venga mai dimenticata. Chi non ha vissuto in prima persona le tragedie di quegli anni ha il diritto e il dovere di conoscere quanto accaduto.
    Vedere le opere che si riferiscono a quanto avveniva in quegli anni non fornisce solo un modo
    alternativo di approcciarsi alla storia, ma costituisce un’occasione per riflettere sul valore e sul rispetto della vita umana.
    L’opera artistica di Giancarlo Colli richiama l’attenzione sugli eccidi nazifascisti che hanno
    tragicamente sconvolto Robecco 1944 e del 1945. Il suo stile realistico, il dramma espresso dal volto in primo piano e dalle mani arriva a chiunque, scuote dal torpore e costituisce un monito contro violenza e ingiustizie di ogni tempo.
    IL SINDACO
    BIOGRAFIA DEL PITTORE
    Giancarlo Colli, nato a Malvaglio (Milano) nel 1931, vive e lavora a Inveruno e a Milano. Ha studiato pittura e
    scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera e dal 1962 ha tenuto mostre personali a Milano, Roma, Parma,
    Reggio Emilia, Castano Primo, Robecchetto, Inveruno, Magenta, Corbetta, Abbiategrasso, Torino, Brescia,
    Palermo, Cremona e altrove.
    Suo è il monumento alle vittime del 20-21 luglio 1944 e 26 aprile 45 che si trova in piazza a Robecco.
    “La mia vita è una vicenda pittorica comune a molti che, come me, hanno radice contadina. Abito in campagna,
    in una casa come ne sono state costruite a migliaia in questi ultimi anni nelle città e nelle campagne. È da
    questo tipo di equivoco che nascono lo scontento e l’angoscia: vedere il verde e il cemento, e sentirsi
    avviluppati dalla volgarità di questo rapporto, o, meglio, dal suo grottesco.
    “Quanto a noi, lombardi operosi, noi di queste parti, un po’ piemontesi, un po’ bustocchi, severi come quelli,
    pragmatici come questi, se dovessimo di più guardare quadri, leggere e magari scrivere poesie, suonare il
    violino, guardare il tramonto e le farfalle e commuoverci per il tenero verde delle foglie in primavera, saremmo
    più ricchi dentro e avremmo maggiori strumenti per conoscere e giudicare la realtà. E questo vale soprattutto
    per chi, come noi, questa realtà la vuole cambiare” (1986).
    Volendo assumere un’opera del Colli a suggello del suo lavoro potremmo individuare a questo scopo il quadro
    che raffigura dei ragazzi con gli aquiloni: si tratta di un simbolo delle idealità, delle speranze, della volontà di
    riscatto, della voglia di “volare alto” in una dimensione di nobile umanità che possa distaccarci definitivamente
    dall’atavico retaggio della crudeltà e della violenza. In un tempo redento in cui “l’uomo potrà imparare a vivere
    senza ammazzare” – per dirla con Guccini – e senza opprimere il proprio simile. (Pinuccio Castoldi 2019).
    IL MONUMENTO DI ROBECCO
    Suo è il monumento alle vittime del 20-21 luglio 1944 e 26 aprile 45 che si trova in piazza a Robecco. “Tutto
    nacque negli anni ’70 quando il Comune di Robecco mi chiese di realizzare il monumento a memoria dei fatti
    del 20 21 luglio. L’opera la realizzai presso le officine dell’oleificio Belloli e, non avendo esperienza di
    lavorazione con i metalli, mi feci aiutare da un mio amico fabbro.
    Una volta installata si presentò il problema delle intemperie che alteravano la parte interna. Da qui l’esigenza
    di mettere l’originale al coperto all’ingresso del palazzo municipale e di farne una copia in bronzo da lasciare in
    piazza.
    Sullo sfondo il soldato è un evidente richiamo alle stragi nazi-fasciste perpetrate a Robecco, ma con il chiaro
    riferimento alla violenza di tutte le dittature.
    In basso la frase “CI RITROVERAI MORTI O VIVI CON LO STESSO IMPEGNO” ricavata dall’epigrafe scritta
    da Pietro Calamandrei” LO AVRAI CAMERATA KESSERLING…”. Questo generale, comandante delle forze di
    occupazione tedesche in Italia nel ’45, processato per crimini di guerra, condannato a morte, la pena
    commutata nel carcere a vita, nel 1952 dopo essere stato scarcerato per le sue condizioni di salute dichiarò
    “che gli italiani dovevano essergli grati e avrebbero dovuto dedicargli un monumento”.
    Al centro dell’opera ci stanno le mani che nelle mie opere rivestono sempre una grande importanza, tutti i
    personaggi hanno le mani grandi, rugose, mani di gente che trae il proprio sostegno lavorando la terra. Segno
    di quello che è il filo conduttore del mio lavoro: l’interesse per l’uomo e per tutto ciò che gli sta attorno e lo
    riguarda, per tutto ciò che lo opprime, per la violenza che subisce e che manifesta”.
    LE TRAGICHE GIORNATE DEL 20 E IL 21 LUGLIO 1944
    Il 20 luglio 1944, in questa località chiamata Tangola (che prende il nome da una delle sue cascine), al confine
    fra il Comune di Robecco e quello di Corbetta, dei militari tedeschi e un repubblichino si recarono –
    ufficialmente – per requisire delle stoffe. Nei pressi della Cascina Chiappana si trovava in quel momento anche
    un gruppo di partigiani, alcuni dei quali erano del luogo. Di lì a poco avvenne una sparatoria, col ferimento
    dell’ufficiale delle SS Peter Kessels e del giovane partigiano Luigi Valenti. Peter Kessels morì lungo il tragitto
    verso l’ospedale. Luigi Valenti, gravissimo, ricevette invece sul posto il soccorso del medico del paese, Dott. De
    Bonis, e del coadiutore della parrocchia, Don Gerolamo Magni (che era in contatto con la Resistenza), i quali lo
    nascosero in un capanno. Mentre rientravano, il sacerdote e il medico furono però fermati e il nascondiglio
    scoperto. Theodor Saevecke, capo della Gestapo a Milano, venne allora in questo luogo con delle SS al seguito
    e, dopo perquisizioni e arresti, ordinò l’uccisione di: Luigi Valenti, partigiano, Angelo Valenti, suo fratello, Enrico
    Valenti, suo padre. Secondo alcune testimonianze, Luigi era ormai morto, al momento dell’ordine. I tre corpi
    furono gettati in un fienile e dati alle fiamme, sotto gli occhi dei presenti. Il 21 luglio 1944, i nazifascisti –
    Theodor Saevecke e Walter Rauff con una ventina di SS, e i fascisti della Legione Ettore Muti – devastarono
    Robecco con perquisizioni e incendi, piazzarono le mitragliatrici in ogni angolo della piazza della Chiesa e
    sbarrarono gli accessi alle vie ad essa collegate. Molti uomini furono fermati e radunati sulla piazza, poi divisi in
    due gruppi: da una parte i più anziani, dall’altra i giovani.
    I FUCILATI
    Del primo gruppo, furono fucilati: Giovanni Castellari, Mario Locatelli, Ermanno Pellegatta, Luigi Pellegatta,
    Angelo Staurengo. Inoltre, l’antifascista Mario Barolat venne prelevato e condotto altrove, dai repubblichini. Di
    lui non si seppe più nulla.
    I DEPORTATI
    Cinquantotto dei giovani, invece, furono caricati su un camion (fra questi, Don Gerolamo Magni, che il giorno
    prima aveva soccorso e nascosto il partigiano Valenti, ferito presso la Cascina Chiappana) e condotti al carcere
    milanese di San Vittore. Da lì, molti di loro deportati nel Lager di Kahla (Weimar), sottocampo di Buchenwald, al
    lavoro coatto per l’industria bellica del Terzo Reich. Nove non fecero più ritorno: Ernesto Beretta, Nazzaro
    Bosetti, Mario Cavallazzi, Edoardo Dameno, Italo Giacoletti, Gerardo Lissandrin, Luigi Magna, Carlo Nebuloni, Camillo Sala. Nel gruppo degli uomini da deportare era stato inserito anche Don Magni, in contatto con la Resistenza. Don Magni però non partì, grazie all’intervento del Cardinale Schuster.
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