Magenta, Islam e Nuova Italia: i silenzi su Samuel Paty ed Erdogan

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    MAGENTA – Abbiamo letto con soddisfazione la condanna dell’attentato di Vienna da parte di Nuova Italia, che non ha esitato a stigmatizzare questo ennesimo attacco del terrorismo di radice islamista contro l’Europa.

    Restano tuttavia a nostro avviso irrisolti nodi essenziali nella complessa (e per questo tutt’altro che semplificabile) relazione tra i fedeli islamici, cittadini a tutti gli effetti, e il rapporto stesso tra Islam ed Occidente.

    Ancora una volta ricorriamo alle parole di Giulio Meotti, giornalista del Foglio che ormai è tra i pochi(ssimi) a indagare senza timore la crescente onda di violenza (fisica, ma non solo) che le componenti radicali dell’islamismo mettono in atto ormai da tempo, nella Vecchia Europa.

    E soprattutto in Francia, dove il professor Samuel Paty è stato sgozzato da chi inneggia a Maometto, senza che Nuova Italia abbia inviato un analogo comunicato stamopa (se l’avesse fatto e noi non lo sapessimo, rimedieremmo volentieri pubblicandolo).

    Ma leggiamole, le parole dell’omicida che si è scagliato contro Paty. “A Macron, il capo degli infedeli. Ho giustiziato uno dei tuoi cani dell’inferno che ha osato umiliare Maometto”. A meno di una settimana dal messaggio terribile che il terrorista ceceno Abdullah Anzorov, rivendicando la decapitazione di Samuel Paty, aveva rivolto a Emmanuel Macron, la Francia torna a essere sotto attacco dell’islamismo, stavolta statale. A seguito delle vignette su Maometto, il boicottaggio nella Umma delle merci danesi nel 2006 portò a un calo del 15,5 per cento delle esportazioni, secondo le statistiche del governo danese. Le esportazioni in Arabia Saudita crollarono del 40 per cento, quelle verso l’Iran del 47. L’“internazionale islamista”, come la chiama il Point, vuole fare pagare lo stesso prezzo alla Francia dopo l’uccisione del professor  Paty e il tentativo di  Macron di arginare il “separatismo islamico” (“come si evita la secessione?”, chiedeva già François Hollande). Duri anche i paesi  vicini a Parigi. L’Alto consiglio islamico dell’Algeria parla di “campagna virulenta” contro l’islam in Francia,  il Marocco condanna le “oltraggiose vignette” e il Consiglio degli anziani di al Azhar annuncia una causa contro Charlie Hebdo. Il Pakistan dice che  Macron “incoraggia l’islamofobia”. L’Iran convoca l’ambasciatore francese. In Bangladesh si riempiono le piazze contro Macron “adoratore di Satana”. Qatar, Kuwait e altri paesi arabi eliminano le merci francesi dai supermercati. Ha avuto l’effetto sperato la campagna del presidente turco Erdogan per il boicottaggio lanciato contro Parigi.

    Non abbiamo avuto la fortuna neppure di leggere cosa pensa Nuova Italia circa le parole del presidente turco Erdogan e l’equiparazione tra gli islamici e gli ebrei durante il nazismo. Oltre a tutte le intemerate dialettiche del ‘neo sultano’ di Istanbul sull’espansionismo dell’influenza turca (ed islamica) a ridosso dell’Europa.

    Il nodo, tocca ribadirlo ma essendo rimasti noi e pochi altri giova farlo, è capire come sia possibile garantire non solo la pacifica convivenza tra fedeli di religioni diverse (benché la secolarizzazione galoppi così forte che parlare di cristianesimo in Europa, ed in Italia, è sempre più difficile), ma il rispetto della tradizioni millenarie su cui si fonda la nostra cultura ed il vivere civile, da Roma a Madrid, da Parigi a Londra, dall’Olanda alla Germania.

    Specie ora, con una pericolosa recrudescenza dell’intolleranza di frange del radicalismo islamico. Che non hanno NULLA  a che vedere con le modalità di relazione tra i mussulmani locali e le nostre città, nel solco di leggi, consuetudini e norme. Tuttavia ci resta un dubbio che è come un tarlo: perché non condannare espressamente quanto sta succedendo in Francia? E allora rileggiamo le riflessioni di Giulio Meotti sul pensiero (e le parole) di Benedetto XVI.

    F.P.

    Bene il Papa su Santa Sofia all’Angelus. Ma l’Islam politico se ne frega del “dolore” del pontefice e del nostro per il ritorno a moschea di quella che fu la più grande chiesa al mondo per 900 anni. Parliamo di un capo di stato che ancora nega il genocidio di oltre un milione di cristiani armeni. L’unica volta che l’Islam politico ha mostrato rispetto, quello vero, quello che si tributa a uno sfidante, è per Benedetto XVI a Ratisbona e infatti cercarono (e riuscirono) di linciarlo.

     

    Ratzinger evocò una frase critica su Maometto dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo nel corso di un dialogo con un persiano durante l’assedio di Costantinopoli: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. Odio e fanatismo, disse Ratzinger, sono “patologie” della religione, il jihad è “irragionevole” e “contrario” a Dio, rivendicando le radici ebraiche, greche e cristiane della nostra identità, spiegando perché erano diverse dal monoteismo islamico. Benedetto XVI disse la verità, l’Islam lo capì e non gli fu perdonato. Il Vaticano oggi avrebbe tre motivi per guardare all’Islam con preoccupata attenzione e realismo, come dimostra il caso di Santa Sofia. Il primo è la sorte dei cristiani nei paesi musulmani. Sono decimati, sfollati, cancellati. Il secondo è la rivalità tra le due religioni in Africa, il grande banco di prova demografico del futuro. Il terzo è la crescente presenza di musulmani in Europa con tutto quello che comporta dal punto di vista culturale, religioso e sociale. I dirigenti della Chiesa dopo Ratisbona non si sono semplicemente astenuti dal criticare l’Islam. Hanno colto ogni occasione per lodare l’Islam, per aprirgli le porte, per dichiarargli solidarietà, per aderire a ogni iniziativa islamica. Questa strategia dello struzzo ha fallito. E’ il momento di pensarne un’altra, una che si fondi sul rapporto onesto e non ipocrita fra due competitori, sul rispetto della storia, sul legame fra cristiani ed ebrei, sulla protezione delle minoranze. Il resto è aria fritta e il canto del muezzin che torna su Santa Sofia dopo un secolo.

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