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Magenta, don Giuseppe e laicità: che (ennesima) stecca hai preso, caro Sergio Prato..

L'attivismo del parroco, una sorta di padre Eligio 3.0, è una speranza per credenti e non credenti

 

MAGENTA – Non ci si lava la coscienza poi importando povertà con la Mensa “Non di solo Pane”. Il caffè si potrebbe condividere presso le case popolari, in mezzo alla povera gente. Questo parroco “riconosciuto” come vero sindaco di Magenta riceve i magentini filtrati dalla segreteria-governante , una sorta di suor Pasqualina di Papa Pacelli. Papa Francesco in una sua omelia ha sottolineato ai sacerdoti: “Questo io vi chiedo: essere pastori con l’odore delle pecore, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini”, non imprenditori. Così meglio ricordarsi anche che siamo in uno stato Laico , ricordando volentieri una donna significativa di grande spessore Elena Sachsel che in mezzo “all’ odore delle pecore” ha spento la sua esistenza . Baciamo la sacra pantofola ? No grazie viva la #Laicità .

Non è proprio andato giù, a Sergio Prato, il pezzo (peraltro molto letto e con un elevatissimo grado di apprezzamento) di Fabrizio Valenti sui nuovi progetti lanciati da don Giuseppe Marinoni, attivissimo parroco di Magenta.

Non va proprio giù, all’amico Prato, persecutore indefesso di un’idea di laicità che a noi pare laicismo radicale e radicalista, del tutto scisso da una serena analisi della realtà.

Il nostro amico Prato, di cui non condividiamo quasi nulla di quel che dice (ma che su Ticino Notizie ha SEMPRE trovato spazio), dimentica a nostro modo di vedere parecchie cose.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dimentica anzitutto che Magenta è un pezzo, seppure piccolo, di quella chiesa ambrosiana che da secoli è un baluardo- nonché un modello- del rapporto tra fede e società, tra pensiero religioso e laicità. Dimentica la grande e magistrale lezione di Ambrogio, un esempio millenario di coesistenza della dimensione spirituale e di quella civile.

Dimentica che prima di papa Francesco a Milano, per anni, il cardinale Martini pose la questione del confronto tra Fede e laicità al centro del proprio agire, con l’ormai arcinota Cattedra dei non credenti avviata sul finire degli anni Ottanta con Massimo Cacciari. Don Giuseppe Marinoni è un fedele, coraggioso e coerente prosecutore di QUELLA idealità, di quella Speranza. Sono battute davvero mal riuscite quelle su Non di Solo Pane, un’impresa sociale straordinaria che risponde ai bisogni dell’Uomo, sia esso credente oppure no.

L’idea di una chiesa pauperista e di un prete criticato perché partecipa a cene con le autorità è superata da almeno un cinquantennio, come le nefande ideologie (quelle sì..) che l’hanno germinata e sono sistematicamente crollate, lasciando cumuli di macerie morali e materiali.

Padre Eligio Gelmini (primo da dx) con Nereo Rocco e Gianni Rivera

Prato dimentica forse di vivere a Magenta, la città dove oltre un secolo fa un prete (se ne faccia una ragione..) come don Cesare Tragella rispose a bisogni materiali e morali, senza intaccare la laicità, ma bensì esaltando la condivisione dei destini e delle speranze.

Quindi noi ce lo teniamo stretti don Giuseppe Marinoni, una sorta di padre Eligio 3.0, calato sino in fondo nella realtà, una realtà dove la fede e l’aspirazione religiosa convive serenamente in una società molto più secolarizzata di un tempo. Non abbiamo nessuna remora al cospetto di un ‘prete manager’, calato interamente nel mondo e nelle sue contraddizioni. E nelle sue miserie: quelle di tutti noi.

Una società cambiata, ma soprattutto nel segno della riflessione che qualche anno fa propose il cardinale Angelo Scola:

“Se la libertà religiosa non diviene libertà realizzata posta in cima alla scala dei diritti fondamentali, tutta la scala crolla. La libertà religiosa appare oggi come l’indice di una sfida molto più vasta: quella della elaborazione e della pratica, a livello locale ed universale, di nuovi basi antropologiche, sociali e cosmologiche della convivenza propria delle società civili in questo terzo millennio. Ovviamente questo processo non può significare un ritorno al passato, ma deve avvenire nel rispetto della natura plurale della società. Pertanto, come ho avuto modo di dire in altre occasioni, deve prendere l’avvio dal bene pratico comune dell’essere insieme. Facendo poi leva sul principio di comunicazione rettamente inteso, i soggetti personali e sociali che abitano la società civile devono narrarsi e lasciarsi narrare tesi ad un reciproco, ordinato riconoscimento in vista del bene di tutti”.

 

Quindo, che Dio ci conservi a lungo don Giuseppe Marinoni. Anche perché solo un Dio ci può salvare. Se permetti, caro Sergio, lo disse e scrisse qualcuno più importante di te..

Cordialità.

Fabrizio Provera

Redazione

Redazione Ticino Notizie

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