Magenta, c’era una volta in via IV Giugno il Blue Harmony… Bar (e porto di un bellissimo mare)

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MAGENTA Due foto pubblicate su Facebook da Adriano Zirone ci hanno fatto ritornare di getto agli anni Novanta (e anche prima), quando in via IV  Giugno c’era il Blue Harmony.

Per Magenta fu, era, molto più di un bar. E allora riproponiamo lo scritto (DEFINITIVO) che Emanuele Torreggiani scrisse tempo fa. Valido ieri, oggi, domani. Valido sempre.

 

 

L’Eligio del Blue
Dunque, via IV Giugno angolo via Mazenta. Blue Harmony, bar. Anni Novanta ed i primi del nuovo millennio. Si può dire che la mattina, quando la signora Luciana serviva al banco le colazioni con il marito l’Eligio, appunto, noi lo si frequentasse appena. Purtuttavia è accaduto in alcune occasioni per il fatto, semplicissimo, che avevamo fatto notte lì dentro. Era accaduto in un gennaio di nebbia. Poco oltre l’una, si centellinava un bicchiere. Serata mezza morta che ci siamo detti saremmo andati a letto presto e già dava sui nervi. Adriano, felicissimo di chiudere per l’una e mezza, apre le finestre per un cambio d’aria e la nebbia all’esterno si dileguò sotto la vampa del caldo tabacco che fuoriusciva a camin che fumano, allora si poteva fumare nei locali pubblici e al Blu era un obbligo. Ci alziamo di malavoglia, però. Adriano sta sulla porta, maniche di camicia rimboccate agli avambracci e si vede che ha in mente solo il letto quando, quando dal fondo della via IV Giugno si sente il frastuono da tosaerba di un sei cilindri raffreddato ad aria. La vettura si ferma lato via Mazenta. Esce un uomo, circa uno e settanta, biondo rado, tutto in bianco, giacca, calzoni, camicia, cravatta, sciarpa, scarpe e cintura, candido come la neve. Parla con Adriano che lo guarda. Adri entra e riordinando le maniche della camicia dice che ha capito, che non si esce più, e dice che il fenomeno deve essere uno dei vostri. Il fenomeno se ne sta lì in mezzo alla nebbia e accende una Marlboro. Poi entra, e arraffa il Cardinal Mendoza ordinato per la via. Alla mattina entra l’Eligio e non dice una parola. Ce ne stavamo al bivacco sui divanetti della sala dei morosi. La signora Luciana era preoccupata che noi si dormisse troppo poco. L’Eligio ci ha portato la colazione ed ha spostato la Porsche parcheggiata in mezzo alla strada. Poi accade, un pomeriggio di maggio, me ne sto lì in redazione al Città Oggi e non so più che mi telefona per un cappuccino giù al Blue. Dico che vado a bere un cappuccino, saranno state la ore sedici. Sedici e trenta. Entro, vedo dallo sguardo che l’Eligio sta in ambasce. C’è una falange al bancone. Ed una coppia adulta in fondo al locale che sta bevendo il cappuccino e sono innamorati. Eligio ci guarda e osserva quei due là e abbozza agitando le braccia che era il suo tipico gesto d’imbarazzo, vediamo, vediamo di bere qualcosa, non so più chi lo disse. No dicevo perché io ho capito che si sta preparando il circo. Era solo in quel frangente. Poco dopo sarebbe arrivato il Franco che disse si sentiva il bar di là dalla stazione mentre passava il diretto Mi-To. Alle sei e trenta i due innamorati, che da quel giorno divennero ospiti fissi del venerdì sera, erano ancora al loro tavolino semplicemente assediati. La falange si stava strappando di dosso camicie e giacche. L’Eligio poi andava dai due innamorati e li tranquillizzava dicendo che questi sono tutti professionisti, imprenditori, gli diceva sottovoce che quello là è un architetto, quell’altro un giornalista, quel’altro è un commercialista quei tre là hanno aziende, non preoccupatevi, guardate, neanche al cinema si vedono queste scene se lo lasci dire io lavoro in questo campo da sempre e non ho mai visto cose simili. Mai. Comunque non vi fanno niente. Alle sette l’Eligio chiudeva il bar per una pulizia preserale. Noi non si uscì, rimanemmo in piedi sui tavoli e offrimmo il cappuccio agli innamorati. Più o meno in calzoni a strisce mocio. L’Eligio se ne andò ma prima aveva raccolto cocci di bicchieri, perché era anche costume alla cosacca, per dire, poi i brandelli degli abiti. So che mi disse non ci crede nessuno se lo racconto in giro dicono che mi invento le cose. Ma è la verità, un giorno dovrà scrivere queste storie. Sì, un giorno ci scriverò una storia e lei, caro Eligio, che adesso vive nell’eterno con la sua pazientissima moglie Luciana, mamma mia che pazienza, avrà il ruolo che ebbe: educato ed elegante con tutti, e soprattutto con noi perché ci comprese e non ci giudicò. Riposi in pace.
Di Emanuele Torreggiani
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