L’orfano espiatorio. Razzismo, Macerata, sinistra e Cartier. Di Emanuele Torreggiani

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    Provo grande compassione per il ventottenne, il volto ancora ragazzo atteggiato a guerriero ne fa una maschera involontariamente comica, ma soprattutto orfano. Proprio nel significato primo, quello di rimasto solo, nel mondo grande e terribile. Ora sconta, lo immagino, queste ore, richiuso nell’isolamento di un carcere. Sbigottito e sicuramente impaurito. Incapace di affrontare i giorni che lo attendono, prospettici a quelli che gli sono stati. Ormai, stando alle articolesse di questa giornata, in cui si accumula il bric-a-brac razzista caro all’immaginario collettivo: kukluxklan, esseesse, l’hitleriano meinkampf (che non avrà di certo mai letto, tutt’al più, alla stregua di molti giornalisti, esibito, quasi fosse un’arma segreta, testo che si può tranquillamente scaricare in pdf) egli, Luca Traini, è già il capro espiatorio della nostra solare penisola. Lo comprendo. A scapito d’imbecille, comprendere non significa condividere.

     

     

     

     

     

     

     

     

    Ce ne sono mille e mille come lui, per le nostre vie. Orfani di padre e madre. Dell’autorità commisurata con la grazia: l’abbraccio congiunto dei genitori. Non è necessario essere biologicamente orfani. L’uomo non è animale da allevamento. Il suo nutrimento è spirituale.

    Ve ne sono così in giro, bivaccano nelle scuole tirate con i denti, ai centri commerciali in cui si aggirano squattrinati e famelici, alle birrerie di periferia. Lavoretti, più o meno, comunque sottopagati. Tatuaggi evocatori arcaiche etnie estinte, lingua italiana espressa tanto limitata quanto la filastrocca del rapper ascoltato in ripetizione con l’amplificatore che ciondola appeso al collo, la reiterazione, nel registro colloquiale di cazzo schifo fica merda chiavica buco del culo, omni-esprimenti la cifra emozionale interiore.

    Orfano dell’autorità che struttura ogni cultura e civiltà. Ne costruisce l’assiologia dei valori. Ora gli danno tutti addosso a questo disperato della vita. Un tempo lo si sarebbe detto un sottoproletario. Quando c’era la sinistra autentica, non i radical chic odierni clienti da lounge bar con il Cartier in mostra fuori dal polsino che fa tanto io sono ricco… pure egli è un sottoproletario senza parametri, senza capisaldi, cresciuto senza formazione, dentro il nichilismo materialista di questa nostra Italia. Luca TrAINI non ha un’identità. Non sa chi è, e non sa perché è al mondo. Non sto tracciando un quadro clinico, non ne ho le competenze né mai ebbi interesse, non mi importa nulla di una patologia, mi interessa la passione, la passione dell’uomo. La responsabilità dell’atto compiuto è solo sua. La colpa, al contrario, la colpa è nostra. Chi lo spinge, questo significa colpa, siamo noi. Questa nostra società alla deriva, senza timone, senza verità. Eccola la parola che viene a mancare. La verità. Centinaia di migliaia di giovani, adulti, vecchi all’abbandono in una nazione che vede fughe inarrestabili ed ingressi incontrollati sotto la falsa, vergognosa menzogna dell’accoglienza che si manifesta in luridi bivacchi di uomini e donne, alla stregua di bestie usate come schiavi nel lavoro esiguo, nel corpo per il sesso, nel crimine per il danaro facile. La colpa di un Luca Traini, che pagherà il suo gesto carissimo, ah il capro espiatorio al quale infilare un tizzone ardente nell’ano e farlo correre sino alla morte nel deserto, è nostra.

    Non è egli il razzista, come vorrebbe la retorica della plebaglia politica, è soltanto un disperato che vorrebbe tanto piangere nelle braccia di una persona che lo ama. Ma non c’è. Piangerebbe ore. Pena esemplare, leggo dalla penna di scrittori un tanto al chilo. Il nostro orfano espiatorio in carcere. La civiltà di un paese la si vede dalle carceri. Come l’igiene di un ristorante dal gabinetto. E l’accoglienza dalla verità. Viviamo in un paese spietato. Ridotto a maceria dalla forza della menzogna. Avanti coi Cartier.

    Emanuele Torreggiani

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