Lombardia: garante vittime di reato. Sostegno ai centri antiviolenza in risposta all’aumento dei casi

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    LOMBARDIA – “Questo stanziamento è anche una risposta all’aumento di casi di violenza domestica registrati nel
    2020, laddove, probabilmente a causa della convivenza forzata determinata dall’emergenza sanitaria, sono esplose situazioni latenti di violenza e prevaricazione familiare o sono peggiorati fenomeni già in essere”. Così la Garante regionale per la tutela delle vittime di reato della Lombardia, Elisabetta Aldrovandi, commenta la recente delibera della Giunta Fontana che stabilisce le modalità di utilizzo e i criteri di riparto delle risorse del fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità per il contrasto alla violenza sulle donne.

     

    I fondi messi a disposizione, 4,4 milioni di euro, serviranno a sostenere le attività dei centri antiviolenza e delle case rifugio esistenti sul territorio regionale per donne vittime di violenza, garantendo la continuità degli interventi in corso: “Si tratta di un importante tassello del piano regionale quadriennale 2020-2023 per le politiche di parità e di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne -sottolinea Aldrovandi- che, peraltro, amplia il target dei destinatari aggiungendo le donne vittime con particolari fragilità, gli uomini maltrattanti, i minori vittime di violenza anche assistita e gli orfani di crimini domestici”.

    Nel periodo marzo-ottobre 2020, le denunce per maltrattamenti in famiglia, atti persecutori e violenza sessuale nel territorio lombardo sono state 1.673, a fronte delle 916 dello stesso periodo dell’anno precedente: “Servono norme adeguate di prevenzione e repressione di fenomeni gravissimi che hanno conseguenze a lungo termine, sia fisiche sia psicologiche, sulle vittime, e servono risorse adeguate per aiutare chi subisce questi reati a ricostruire una vita distrutta da gravi violenze”, rimarca la Garante, aggiungendo che “è altrettanto importante investire sulla riabilitazione dei sex offender, perché un condannato riabilitato non causerà più vittime, né, conseguentemente, danni psicologici e sociali che si riverberano, senza soluzione di continuità, sulla persona e sulla sua rete familiare e sociale”.

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