L’Illusionista ha detto basta. The Dog appende la racchetta al chiodo – di Teo Parini

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    Alexandr Dolgopolov ha detto che può bastare così. Non lo si ammirava sui campi da ormai tre anni ma la speranza di poterlo vedere competere di nuovo è solo oggi, con l’annuncio ufficiale, che ha smesso di animare i suoi sostenitori. Gente sui generis, come lui del resto, che alla gloria effimera degli almanacchi, quella destinata rapidamente a ingiallire, preferisce quella imperitura del talento, dell’estro e dell’improvvisazione.

    The Dog, così lo abbiamo sempre chiamato, ha 32 anni e un polso che non vuole saperne di darsi una sistemata dopo l’infortunio solo apparentemente banale rimediato in Australia nel gennaio del 2018 giocando nello Slam più scanzonato di tutti, forse un segnale. Qualche operazione, riabilitazioni varie, consulti medici e tentativi a ripetizione di imbracciare con costrutto la racchetta ma niente da fare: la saga del tennista più divertente della sua era si sposta con beffardo anticipo dal playground al libro dei ricordi.
    Peccato.

    Prestigiatore per diletto e tennista per obbligo lavorativo, Dolgopolov – citando lui stesso – i record del gioco meraviglioso che fu di Bill Tilden non si è mai sognato di riscriverli ma, al contempo, si è sempre augurato di divertire i presenti. Sul come se ne potrebbe parlare per ore. Da un servizio illeggibile per l’avversario e illogico per gli emulatori, caratterizzato da un movimento rapidissimo che lo portava a impattare la pallina in fase ascendente nel suo punto apicale, al dritto unicizzato da un’apertura ai limiti dello spazio fisico e a uno swing a corpo quasi raggomitolato capace di ingenerare le soluzioni più variegate, all’antitesi della meccanica razionale. E ancora, un rovescio tracciante colpito alternativamente piatto con l’ausilio anche della mano sinistra o tagliato e monomane quale sublimazione dello slice, il colpo sparagnino del pensionato la domenica al circolo e dal sapore antico elevato da Dolgo a micidiale strumento di offesa.

    C’è poi la palla corta, marchio di fabbrica e cifra stilistica dell’ucraino. Nessuno, a memoria d’uomo, deve averne giocate con successo così tante, in tutte le salse e in qualsivoglia condizione di punteggio. Uno degli esercizi tecnici più ambiziosi del tennis sdoganato a meravogliosa routine, un po’ arte e un po’ irridente. Tre gli ingredienti: sensibilità nella mano, senso euclideo, distacco dal concetto canonico di pragmatismo. In altre parole, Dolgopolov il geometra di velluto.

    Nato sovietico, figlio di un tennista che gli ha tramandato il nome e di una ginnasta, ha vinto pochino in relazione allo smisurato talento a disposizione – tre titoli del circuito maggiore, sfiorando la decima posizione del ranking mondiale – ma nessuno immagina che ciò gli abbia mai levato il sonno. Ladro di attimi perché capace di trasformare il tennis in un flipper, o in ping pong se preferite, Alexandr è sempre stato conscio di possedere i trucchi dell’illusionista che meno si sposano con l’apatica conta dei punti. Infatti, non si è mai spostato di un centimetro da un leitmotiv ontologicamente contrario alla concretezza che nelle giornate di luna storta lo conduceva a sconfitte contro avversari di caratura infinitesimale rispetto all propria e in quelle buone alla gloria che solo gli anticonformisti della racchetta arrivano ad assaporare.

    Pareva sereno all’atto dell’annuncio di commiato nella quale, tra l’altro, ha palesato la sua volontà di portare il suo background istrionico nel mondo dell’imprenditoria. Ci scuserà Alex se noi aficionados romantici il giusto ci rifiuteremo di accettarlo piegato al diktat serioso del mercato. Uno che lo schema preconfezionato, almeno quello del tennis, lo ha sempre snobbato e non finiremo mai di ringraziarlo per questo.

    Teo Parini

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