Liberare Carola: scelta ideologica e schiaffo al Paese, di Gian Micalessin

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    Gian Micalessin non è solo un amico, ma uno dei massimi esperti italiani ed internazionali di giornalismo in contesti bellici. Cronista di guerra da oltre 35 anni, la sua opinione sul caso di Carola Rackete pubblicata sul Giornale è illuminante. Buona lettura.

    Speronare una motovedetta della Guardia di Finanza e mettere a repentaglio le vite dei suoi uomini d’equipaggio non è reato.

    A spiegarlo, con una decisione che grida vendetta al cielo e al comune senso della giustizia, è il Gip di Agrigento Alessandra Vella a cui spetta il poco invidiabile merito di aver rimesso in libertà la capitana Carola Rackete. Il problema è evidente. A questo punto non stiamo più parlando di giustizia, ma di ideologia. E per capirlo basta leggere le capziose motivazioni con cui il Gip cerca di avvalorare la propria decisione. Escludere il reato di resistenza e violenza a nave da guerra sostenendo che entrambi siano stati giustificati da una «discriminante» legata «all’adempimento di un dovere» identificato nel «salvare vite umane in mare» è un autentica mostruosità giuridica. In primo luogo perché una corte – assai più rilevante nel merito – come quella per i «diritti umani» di Strasburgo aveva già escluso l’assenza di qualsiasi pericolo immediato per i migranti. In secondo luogo perché l’articolo 54 del vigente codice penale prevede sì la non punibilità per chi agisce nella necessità di «salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave» – ma sempre e solo a condizione «che il fatto sia proporzionato al pericolo».

    Invece di proporzionato e sensato nella condotta di Carole Rackete non c’è assolutamente nulla. La «capitana» ha deciso di tenere sulla tolda per quasi tre settimane il suo carico di umani non in base ad un dovere, ma semplicemente in virtù della scelta politica di farli sbarcare solo ed esclusivamente in Italia. Del resto come sancito dai giudici di Strasburgo, e comprovato dalle visite mediche successive allo sbarco, nessuno di quei migranti era in pericolo di vita. Ma la bestemmia giuridica contenuta nella decisione del Gip è comprovata dalle parole dello stesso Procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio. Subito dopo il fermo di Carla Rackete il capo della Procura aveva escluso l’esistenza di qualsiasi «ragione di necessità» capace di giustificare lo speronamento della motovedetta della Guardia di Finanza. «Le ragioni umanitarie aveva detto Patronaggio – non possono giustificare atti di inammissibile violenza nei confronti di chi in divisa lavora in mare per la sicurezza di tutti». Ma evidentemente il Gip Alessandra Vella ha un’altra visione del diritto e della legge. Per lei, come per la tedesca Carola Rackete, pur di portare dei migrati irregolari in Italia è lecito non solo infrangere il codice penale, ma anche mettere a rischio le vite degli uomini in divisa chiamati a far rispettare la legge e a difendere le nostre istituzioni.

    Gian Micalessin, Il Giornale

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