Libano, Palestina e Medioriente: intervista a Luca Steinmann

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    Per gentile concessione dell’amico Fabrizio Fratus, proponiamo ai lettori di Ticino Notizie un’intervista molto interessante sulla questione mediorientale

    LIBANO – Migliaia dei profughi arrivati in Europa negli ultimi anni non sono siriani ma palestinesi. A raccontarlo è il giornalista freelance Luca Steinmann (sotto nella foto), che dall’inizio del 2017 si è stabilito in Libano per tenere una serie di corsi di giornalismo all’interno dei campi profughi palestinesi presenti sul territorio.

    All’interno di alcuni dei quali è in atto una guerra civile che genera morti e feriti e che spinge molti palestinesi a partire per l’Europa alla ricerca di un futuro migliore. Senza però dimenticare il proprio fine ultimo: contrastare Israele e fare ritorno in Palestina. E’ all’interno di questi campi che Steinmann ha deciso di andare a vivere, insegnare e documentare. 27 anni, nell’ultimo periodo è stato più volte in Libano, raccontando non solo della questione palestinese ma di tante altre comunità: dai cristiani a Hezbollah, dai drusi ai musulmani libanesi sunniti. I palestinesi hanno però suscitato la sua particolare attenzione a seguito del delicato contesto in cui vivono e del rischio di infiltrazioni terroristiche tra le loro fila.

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    Ma perché si sa così poco delle difficili condizioni dei palestinesi del Libano? Perché nessuno parla del rischio di infiltrazioni terroristiche ai loro danni? Perché nessuno ha mai raccontato che migliaia di loro sono oggi stati trapiantati in Europa? A queste domande risponde Luca Steinmann, che spiega che quella dei palestinesi sia una problematica figlia della conflittualità che sta colpendo tutto il Medio Oriente. E che se non si agisce per risolvere questa situazione le problematiche potrebbero coinvolgere anche l’Europa e l’intero processo di costruzione di un’identità europea.

     

    Luca Steinmann, nel corso dell’ultimo anno Lei è tornato ripetutamente in Libano. A cosa sono dovuti questi suoi viaggi?

    I viaggi che intraprendo sono volti a documentare come la guerra tra sciiti e sunniti che sta dividendo il mondo islamico si stia manifestando anche in Libano e non solo in Siria come molti erroneamente ritengono. In Libano, infatti, convivono in una piccola fetta di terra tutte le componenti che si stanno combattendo in questa regione: cristiani, musulmani sia sciiti che sunniti che alawiti, drusi, palestinesi e anche una piccola comunità ebraica. Fortunatamente lo Stato libanese è finora riuscito a mantenere un forte controllo del territorio, evitando che la guerra siriana coinvolgesse anche questo Paese. Ciò nonostante le violenze non mancano: negli ultimi anni l’Isis e altri gruppi islamisti hanno colpito con ripetuti attentati diversi obiettivi libanesi, soprattutto nei quartieri controllati dagli sciiti degli Hezbollah. Quest’ultimo movimento dà invece la caccia agli islamisti sul proprio territorio e, insieme all’esercito libanese, ha sgominato decine di cellule terroristiche, reprimendole nel sangue.

    Insomma Lei ci sta dicendo che la conflittualità che colpisce la Siria è presente anche in Libano?

    Non solo in Libano. Quello a cui stiamo assistendo in Siria è uno scontro tra due componenti antagoniste che si contendono il mondo islamico. Da una parte l’asse sciita, rappresentata dal regime di Bashar al Assad, dall’Iran e dagli Hezbollah, dall’altra un movimento di rivolta che negli anni è stato egemonizzato da gruppi terroristici finanziati soprattutto da donatori privati provenienti dai Paesi del Golfo. In altre parole: l’Iran e i suoi alleati stanno dando battaglia ai Paesi del Golfo e alle proprie braccia armate per contendersi l’egemonia del Medio Oriente. La Siria è il Paese dove questa conflittualità è esplosa maggiormente ma il combattimento coinvolge tutta la regione. Dallo Yemen, all’Iraq fino allo stesso Libano. In Libano convivono grossi partiti sciiti e sunniti finanziati e eterodiretti rispettivamente da Iran e Arabia Saudita. Non va dimenticato che prima che in Siria il primo tentativo di presunta rivoluzione messo in atto da parte dei terroristi fu proprio qui. Nel 2007 un gruppo di 300 jihadisti provenienti da tutto il mondo confluì a Tripoli, nel Nord del Paese e vicino al confine siriano, dove prese il controllo del campo profughi palestinese di Nahr El-Bared. Si trattava soprattutto di persone siriane, libanesi, saudite, palestinesi, marocchine, giordane, afghane e pakistane che avevano giurato fedeltà ad al Qaeda e che, una volta preso il controllo del campo, iniziarono a scontrarsi militarmente con l’esercito libanese tentando far passare i propri obiettivi come rivendicazioni del popolo palestinese. A seguito di ciò scoppiò una guerra durante la quale i soldati libanesi rasero al suolo Nahr El-Bared a suon di missili e bombe, mettendo in fuga i terroristi ma lasciando a terra tante vittime civili. In quell’occasione i terroristi tentarono di strumentalizzare la causa palestinese per attuare un colpo di mano. Lo stessa cosa avverrà con più successo pochi anni dopo in Siria, strumentalizzando il malcontento presente nella comunità sunnita nei confronti del clan Assad.

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    Oggi com’è la situazione?

    L’esercito libanese e Hezbollah sono riusciti a scongiurare il ripetersi di tali rivoluzioni islamiste. Ciò nonostante oggi anche in Libano si combatte. Se lo Stato esercita un forte controllo del territorio esso non ha giurisdizione all’interno delle decine di campi profughi palestinesi sparsi per tutto il Paese. All’interno di essi l’autorità è detenuta dalle milizie palestinesi, le quali non hanno preso un’unica posizione a favore degli sciiti o dei sunniti, ma si sono divise in fazioni in reciproco conflitto. Così, all’interno di alcuni campi sia siriani che libanesi è in atto una vera e propria guerra civile tra diverse milizie palestinesi con diversi vincoli di fedeltà.

    Com’è possibile che l’esercito libanese non riesca a entrare in questi campi profughi?

    Questi campi furono creati a partire dal 1948, quando i primi gruppi di palestinesi iniziarono a confluire in Libano a causa della propria espulsione dalla Palestina a seguito della nascita dello Stato di Israele e della guerra che da essa ne scaturì. Tutto il Medio Oriente è coperto a macchia di leopardo da questi campi, oggi abitati dai discendenti dei fuggiaschi di allora, comandati da milizie palestinesi pesantemente armate, che sognano e attendono di poter tornare in Palestina. Cosa che è stata loro promessa dalle Nazioni Unite ma che difficilmente avverrà in un futuro prossimo. Si tratta infatti di milioni di esuli che attendono di tornare in una terra sulla quale oggi sorge Israele, un loro ritorno genererebbe uno squilibrio demografico a favore degli arabi che le autorità ebraiche non permetteranno mai. Inoltre le trattative di pace tra israeliani e palestinesi iniziate a Oslo nel 1993 hanno portato al riconoscimento da parte delle autorità palestinesi della legittimità dell’esistenza di uno Stato ebraico in Palestina, dimenticando però totalmente gli esuli in attesa di ritorno. Gli esuli sono stati dimenticati dalle stesse autorità palestinesi, il cui consenso è oggi ai minimi storici. In questo vuoto di potere stanno tentando di inserirsi movimenti nuovi, anche terroristici, il cui scopo è di occupate questi territori al di fuori del controllo di ogni Stato per fare i propri interessi.

    Ci sono infiltrazioni anche dell’Isis e di Al Qaeda tra i palestinesi?

    Sì, ci sono dei nuclei terroristici che si sono radicati in alcuni campi e ne hanno preso parzialmente il controllo dando battaglia ai gruppi palestinesi di diversa fedeltà. Si tratta di una guerra civile tra palestinesi interna a una guerra civile più ampia, cioè quella tra sciiti e sunniti. E’ importante però sottolineare che è soltanto una parte veramente minima di palestinesi ha aderito ai gruppi terroristici, la stragrande maggioranza li combatte o è loro avversa per diversi motivi: in primo luogo perché contraria alle brutalità da questi messa in atto; ma poi anche perché essi temono che la propria causa nazionale venga confusa con quella dei terroristi e che se ciò emergesse darebbe a Israele una scusa per attaccarli pesantemente. La maggior parte dei palestinesi vorrebbe solo vivere in pace e poter far ritorno nella propria terra, anche se non l’hanno mai vista.

    Lei sta vivendo all’interno di questi stessi campi palestinesi. Ci racconti com’è questa realtà dall’interno.

    Come ho detto quasi nessuno vorrebbe avere a che fare con i terroristi, che però ci sono e sono ben armati. La maggior parte dei ragazzi sogna semplicemente un futuro migliore. E’ anche per questo che tanti di loro stanno seguendo con grande interesse i corsi che sto tenendo qui dentro. Si tratta di corsi di giornalismo rivolti a ragazzi e ragazze tra i 18 e i 29 anni per dar loro i mezzi per raccontare la propria realtà al pubblico occidentale senza cadere negli stereotipi. La loro attenzione e il loro interesse nei confronti miei e di ciò che insegno è molto alta. Ciò è un’ulteriore testimonianza di come questi ragazzi farebbero volentieri a meno di imbracciare le armi e preferirebbero dedicarsi ad altro, per esempio al giornalismo, ma le difficili condizioni in cui vivono e la disoccupazione costringono molti di loro ad arruolarsi nelle milizie per uno stipendio che oscilla tra i 100 e i 200 dollari mensili. L’arruolamento è ormai una seconda scelta. Se non l’ultima. La prima è generalmente l’immigrazione verso l’Europa.

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    Ci sono tanti palestinesi che negli ultimi anni sono migrati nel vecchio continente?

    Tantissimi. Ogni famiglia palestinese trapiantata in Siria o Libano ha almeno un suo figlio che nel 2015 ha sfruttato l’apertura delle frontiere promossa da Angela Merkel per stabilirsi in Europa, soprattutto in Germania. Dove oggi vive all’interno di altri campi profughi sotto il controllo dello Stato tedesco. Quasi tutte queste persone sono entrate venendo registrate come siriane, dato che effettivamente molte di loro sono nate e cresciute in Siria. Esse sono però in realtà palestinesi. Qualora tale notizia emergesse nei media tedeschi genererebbe un profondissimo dibattito politico.

    Perché dice questo?

    Perché tutte queste persone vedono in Israele il proprio principale nemico e dicono di essere determinate a combatterlo per poter tornare in Palestina. In molti motivano la propria scelta di migrare in Europa con il fatto di voler ricevere un’educazione da mettere a disposizione della propria lotta e per ottenere con gli anni un passaporto di una nazione europea che permetta loro di tornare in Palestina. La Germania, che ha accettato decine di migliaia di queste persone senza mai rendere noto che si tratti di palestinesi, ha un rapporto molto stretto con Israele e con la sensibilità ebraica, figlio soprattutto del forte senso di colpa e di vergogna che la maggior parte dei tedeschi prova da dopo la Seconda Guerra Mondiale. La vicinanza con Israele è anzi una delle assi portanti della reinvenzione identitaria che le autorità germaniche stanno promuovendo e sulla quale si basa il processo di integrazione europea. Rendendo noto che tantissimi militanti palestinesi fortemente anti-israeliani sono entrati in terra tedesca si metterebbe sotto attacco chi ha permesso tutto ciò, ossia Angela Merkel e la sua amministrazione.

    Secondo Lei cosa si può fare perché la conflittualità tra palestinesi e ebrei non si diffonda anche in Europa?

    E’ innanzitutto necessario agire nei territori in cui queste conflittualità hanno origine. E’ necessario riconoscere che gli accordi di pace tra Israele e autorità palestinesi stanno dimenticando milioni di profughi al di fuori dei propri confini. E’ necessario far sapere che queste persone sono abbandonate a se stesse e private di un’autorità forte e che questo vuoto sta tentando di venire occupato dai terroristi. E’ necessario riconoscere che le difficoltà nella risoluzione del conflitto arabo-israeliano sono tra i principali motori dell’immigrazione. E’ necessario sostenere quella stragrande maggioranza di palestinesi che combatte i terroristi. Questo sostegno deve essere prima di tutto qualitativo e passa dall’educazione. I corsi che sto tenendo, per esempio, puntano proprio a questo. Puntano dare ai giovani palestinesi la consapevolezza che hanno tutti i mezzi e le qualità per diventare protagonisti del proprio destino anche in maniera non armata. Questi ragazzi hanno tutte le qualità per avere un futuro come giornalisti senza dover per forza spendere migliaia di dollari per imbarcarsi su un barcone che li porti in un’Europa che pensano essere paradisiaca ma che poi non trovano una volta sbarcati. E’ necessario far capire loro che l’immigrazione può essere una scelta giusta se hanno un progetto ma che non deve essere una fuga verso l’ignoto. E’ necessario decolonizzare la mentalità dei palestinesi dei campi. Molti di loro vivono qui nell’eterna attesa che qualcuno faccia qualcosa per ridar loro una patria senza però agire. Non serve mandar loro aiuti alimentari, qui nessuno muore di fame. Serve però dar loro una speranza umana e professionale per tenerli lontani dal terrorismo e dal senso di abbandono che provano.

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