Le tue cosce, ali nell’abisso

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    Indossai i calzoni corti alla fine di febbraio e li riposi dopo i morti. Era il novembre del nostro tormento. Fu una stagione lunga. Spesso, a notte fonda, il cielo a guardarlo rorido di stelle che venivano avanti, ci s’arrampicava con tre prese, quello era lo stile, e lo stile è tutto, all’acciaio della rete metallica impennata per quattro metri. Due volte e rotti l’altezza di un uomo. E si ridiscendeva, volteggiando sul ventre, entro un canneto e si guadagnava il porticato di una baracca che faceva da bar, a pochi metri dalla battigia del lago. Il neon vitreo come poi lo si vide, anni e anni dopo, nei grandi mattatoi composti nei cantinati. Nell’odore di acido fenico e di carne morta, quando apri il frigo, la notte per un bicchiere di acqua fredda e ti alita in viso, la tua prossima decomposizione. L’aria ti riconosce. E il lago lo si intuiva lì, nero. In un agguato permanente. Lo si sentiva profondo. Ansimante. Ti muoveva a terrore il sangue, tu ficcato dentro laggiù, in un abisso. La bocca piena di acqua motosa. Bestia di un mondo ancestrale. Il confine a noi serrato, non più valicabile. Il limes dell’alba dove sei chiamato a scendere in battaglia e la prima luce è la tua ultima. Gesù Cristo lo sapeva, quel mattino di aprile? Ed è andato avanti lo stesso.

    Non che noi se ne sentisse la necessità, di un caffè. O una vodka. Più che altro, o soprattutto, era l’emozione. Quella roba che i medici chiamano adrenalina. Il sangue che si muove. Ogni volta volte davvero il batticuore che lo senti in gola. Si disertava il servizio di ronda uscendo dal perimetro dell’aeroporto armati di mitragliatore, carico, a tracolla. E ce ne stavamo lì, a batticuore, anche per un’ora a bere, senza dir niente, fumando e rollando. Gli anfibi slacciati alla caviglia. Le canne brunite dei Mab appoggiate al bancone ed il titolare, allora non era più vecchio di noi oggi, ma era stato in Cambogia quando si chiamava Concincina, e allora, allora non chiudeva mai – la mattina arrivava la moglie e lui guadagnava un dormiveglia sino a sera nel tonfo sordo dei mortai a Dien Bien Phu con addosso il cervello ridotto a cervella che non è il femminile come rivendicano le troie di Stato– a guardare la tivù dove, quando ormai la notte si faceva notte, la notte sepolta, inseriva una cassetta porno. Il suono della cassetta nel lettore richiamava lo scarrello. Ed era una notte. La notte può tutto. Accadde che si fermò una pattuglia di carabinieri annunciata dai guizzi del riverbero azzurro del lampeggiante, il cavaliere azzurro di Novalis, e così facemmo appena in tempo a sgusciare nel retro. Ci avrebbero immediatamente arrestato e portato direttamente in galera. Dietro una porta arrugginita di Forte Boccea. Forse lo si andava cercando. Tre militari in mimetica da battaglia, armati, di cui uno in calzoni corti che se ne stava leggendo Paul Celan mentre Moana e Cicciolina esibivano un tandem. Nel retro, mentre i militi la facevano lunga tra il caffè ed i primissimi piani, uno di noi si mise a caricare un cilum. Seduti sulle tavole noi lo si fece trapassare, come si usa. Il penetrante odore dolciastro misto al nostro sudore ed al puzzo del retrobottega riempì la retrovia, ingombra di scatoloni e grevi scarafaggi per nulla timorosi. Grassi e bellissimi sgambettavano in un nero profondo, lucente, indelebile e amaro. E mentre le nostre gambe affossavano dentro il legno e si provava la morsa della terra intorno al tronco, i nostri occhi lacrimavano alle convulsioni, in un riso irrefrenabile, sciolto, liquido. <Le tue cosce, ali nell’abisso>, sussurrai in un sottovoce nel quale sentivo la lingua incresparsi a foglia morta, morta e risorta dentro il cavo del palato spalancato e motoso di quell’abisso che lì davanti si muoveva osceno. Ma dentro quell’abisso si riconosce la pace del sangue nella carne, del tronco nella terra, della nube nel cielo. La patria. <Scaviamo una tomba nell’aria>, recitai ancora. Ed era possibile, allora, scavare l’aria a tomba. Più che folli, molto più che folli. Disperati. Ora lo so. Rischiarava quando riguadagnammo il tratturo da pattugliare. Camminammo affiancati, ebbri di rabbia per la bestia che lì davanti montava invincibile sotto l’urlo di un maestrale imponente in discesa dalla Tolfa. Ci si disse, in un silenzio solido, ora non so più chi – ne come la voce, ma ci si disse ed obbedimmo alla chiamata dell’acciaio, un suono duro, elastico nel suo fascino mistico, l’acciaio del carrello che scorre sino al tonfo bronzeo della culatta, il bronzo dell’era, e lasciammo partire raffiche a ventaglio dentro il ventre della gran bestia che avevamo davanti. Le onde che increspavano proseguirono sino alla battigia ed oltre, sin dentro i nostri anfibi. Invincibili.

    E.T.

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