L’Associazione culturale Barabàn presenta: “La storia di Manajetta, il bandito impiccato a Gaggiano”

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Domenica 4 dicembre, alle 16, a Bonirola di Gaggiano (MI), presso il Centro Socio “L. Taverna” si terrà la presentazione del volume Lo chiamavano Manajetta. Storia di un’impiccagione a Gaggiano e appunti sulla criminalità in Lombardia tra Sette e Ottocento, di Aurelio Citelli. Oltre all’autore, interverrà Patrizia Piccini. La presentazione è organizzata dall’Associazione Contrada di Bonirola e dall’Associazione culturale Barabàn. 

GAGGIANO MI  – Era un sabato d’estate del 1833 quando, di ritorno da Milano, sulla Vigevanese, tra il Ponte della Bonirola e il Gaggianello, il fittabile Giulio Giussani e il religioso Domenico Pasini vennero assaltati e rapinati da Carlo Bettoli detto Manajetta, un muratore di 22 anni che da mesi scorrazzava nella zona terrorizzando i passanti. Scarso il bottino: 43,49 lire austriache. Dopo un quarto d’ora Manajetta veniva arrestato sulla strada della Cascina Schenavoglia e, tra ali di folla, condotto nelle carceri della Gendarmeria di Gaggiano situata nel palazzo della Torretta. Sottoposto a Giudizio statario (sorta di tribunale militare) riunitosi a Gaggiano e, dichiarato colpevole, Bettoli fu impiccato nello stesso luogo della rapina. Così voleva la Franzikana, il terribile codice penale austriaco.

 

Il fatto, ricostruito da Aurelio Citelli attraverso fonti giornalistiche e documenti d’archivio, ha consentito di gettare uno sguardo sul tema della criminalità che ha imperversato in Lombardia, tra Settecento e Ottocento.

Nelle campagne tra Gaggiano, Binasco e Abbiategrasso l’insicurezza regnava ovunque: sulle strade, nelle case, nelle cascine, nelle osterie, nelle chiese e perfino sui barchét che solcavano le acque del Naviglio. I viandanti venivano derubati, le carrozze assalite, gli osti truffati, le cascine incendiate. A occupare la scena, una schiera di piccoli delinquenti e briganti – tutti regolarmente forniti di soprannome, Sciavatinett, Cisalpinetto, Anima Longa, Fatutto – soli od organizzati in bande, le cui storie, almeno di quelli più famosi, sono rimaste, oltreché nelle sentenze, nella memoria popolare. Manajetta – derivato dall’uso di una piccola mannaja – era il soprannome più terribile.

La sequenza di episodi criminali, in gran parte inediti, raccontati da Citelli, toglie il respiro: imboscate, sparatorie, assalti alla diligenza, rapine, omicidi. Nessuno sfuggiva alle imprese criminali di banditi, malviventi e grassatori.

Era soprattutto la Vigevanese il teatro di rapine e sparatorie: il fatto più grave avvenne il 18 giugno 1820 – sempre tra Gaggiano e Bonirola – quando, mentre rientrava a Milano in compagnia del padre, il figlio del dottor Martinelli fu ferito mortalmente da due colpi di schioppo esplosi, forse, dal famigerato Fatutto. Condotto di corsa all’ospedale, il ragazzo era spirato. Sulla testa del bandito era stata posta una taglia e, arrestato, era stato condotto a Milano e giustiziato.

Alla violenza criminale, il potere rispose con codici penali arretrati, processi senza difesa, punizioni disumane, procedimenti sommari del tutto simili a quelli allestiti dai tribunali militari che, quasi sempre, si concludevano con la pena di morte: forca, ghigliottina o fucilazione.

Dalle pagine del libro Lo chiamavano Manajetta esce un lato sconosciuto della storia lombarda di due secoli fa: campagne segnate dalla miseria, banditi efferati che tengono sotto scacco viandanti e fittabili, cascine incendiate, osti truffati. Non è il Far West o il Meridione del brigantaggio, ma la Lombardia un po’ c’assomiglia.

 

 

Domenica 4 dicembre, alle 16, a Bonirola, saranno raccontati altri avvincenti e drammatici fatti di cronaca accaduti in questo territorio.

 

Alberto Rovelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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