L’Alfabeto dei sentimenti. B come Benevolenza. La rubrica a cura di Floriana Irtelli e Fabio Gabrielli

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    B come Benevolenza

    L’uomo è sforzo, tensione, potenza di esistere, in altri termini, cerca di attrarre gli altri sulla base della propria vocazione, delle proprie qualità, con cui fa presa sul mondo.

    Insomma, la nostra esistenza rinvia al desiderio di riconoscimento da parte degli altri.

    Cerchiamo, sempre e comunque, una testimonianza che ciò che ideiamo e progettiamo abbia valore, che certifichi la nostra capacità, la nostra irripetibile vocazione.

    Qui si gioca la partita tra egoismo e benevolenza, con l’orgoglio che fa da discriminante.

    L’orgoglio, infatti, rispetto a una certa sterile retorica che lo nega, è una virtù. E’ la consapevolezza, secondo misura, delle nostre qualità, del fatto che abbiamo capacità particolari per incidere nella vita, per lasciare un segno riconosciuto, tangibile: è benevolenza verso sé stessi.

    La superbia e l’arroganza, di contro, nascono quando pensiamo di avere qualità che, in realtà, non possediamo, il cui mancato riscontro ci rende rancorosi, ostili verso gli altri.

    L’egoismo, dal canto suo, consiste nel pretendere di essere autosufficienti, di concentrare la vita su noi stessi, dimentichi che siamo esseri relazionali.

    Dunque, una stima ben fondata di noi stessi consiste nella giusta misura con cui riconosciamo il nostro talento, e cosa ne facciamo di esso, da quanta forza di condivisione siamo abitati.

    La benevolenza è quindi il giusto amore di sé, capace di contemplare anche il distacco da sé stessi e dalla propria autoreferenzialità.

    Io uomo, a partire dalle mie qualità, so reggere la tensione tra amore di me stesso e amore per gli altri: anche su questo punto si fonda un sano equilibrio. Come uomo, so quindi esercitare l’arte sartoriale, poiché implica finissima qualità di tessitura, di farmi apprezzare per ciò che creo e ciò che, nel contempo, condivido per attivare tutto ciò che promuove la bellezza, la vita.

    La benevolenza, dunque, è una capacità effusiva, generativa, donativa, a partire dal giusto, orgoglioso riconoscimento del nostro singolo valore.

    Tuttavia, è, purtroppo, opinione diffusa che sia virtuoso investire principalmente sugli altri, e che, invece, sia peccato ed egoismo prestare attenzione a sé stessi.

    Ciò ha senso solo se si ritiene che nella misura in cui si presta attenzione a sé stessi, si precluda l’investimento sugli altri; infatti,spesso si pensa che investire su di sé sia solo il simulacro di un egoistico narcisismo.

    Investimento sugli altri e investimento su di sé sono stati, infatti, concepiti a lungo (nella mentalità comune) come reciprocamente esclusivi (ossia, più è presente l’uno, tanto più è assente l’altro).

     

    fabio gabrielli

    Condividiamo un vivo disappunto riguardo al considerare queste due dinamiche come qualcosa che si esclude reciprocamente: in sintesi, dedicarsi alla cura e alla comprensione di “come sono io”, ben volersi, non può venir concepito come scisso e contrapposto alla conoscenza, comprensione e benevolenza verso il prossimo.

     

    La benevolenza verso il prossimo non può e non deve venir contrapposta alla benevolenza verso sé stessi, proprio perché le attitudini sono tra loro congiunte, se non si riesce ad amare sé stessi, difficilmente si può amare un altro essere umano.

    PICCOLA BIBLIOTECA DELL’ANIMA

    S. Petrosino, Elogio dell’uomo economico, Vita e pensiero, Milano 2103.

    Un piccolo testo che ha il merito di mettere a fuoco il discorso economico nel suo significato originario, “coltivare e   custodire il campo”, cioè progettare nella condivisione. Un ritratto esemplare dell’economia rispetto all’avidità del business.

     

    Prossima volta B come Brevità

     

    Floriana Irtelli

    Fabio Gabrielli

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