Punto di Vista

La Turchia oggi: il genocidio armeno

Immaginatevi il Cancelliere signora Angela Merkel che negasse, in una seduta del Bund, il genocidio ebraico. Il tempo d’arrivo d’un’ ambulanza per il più vicino reparto psichiatrico ed i tedeschi dovrebbero rieleggersi un nuovo primo ministro. E così avverrebbe se un presidente francese negasse il collaborazionismo di Vichy, un tapino nostrano negasse le leggi razziali o, finanche il magno Vladimiro Putin glissasse sui genocidi del piccolo padre Giuseppe Stalin. Eppure, in Europa un paese che sta crescendo con forza, la Turchia, si ostina a negare il genocidio armeno da loro stessi attuato nel lontano, ma politicamente vicinissimo, 1915. Addirittura Orham Pamuck, premio Nobel della letteratura anno XXX con il gran romanzo “Neve” (Einaudi) s’è visto arrivare una condanna, lui contumace, di sette anni in quanto richiama la vicenda armena nelle sue pagine. Il secolo breve, il 900 si presenta al mondo con l’Esposizione Internazionale di Parigi, l’aeroplano, il cinema, e, soprattutto con il genocidio. Armeni. Ucraini. Ebrei. Cinesi. Tedeschi del Volga. Etnie della Russia asiatica. Cambogiani. Utu e Tutsi. Kurdi. Negazionisti ne abbiamo un po’ dappertutto, si tratta perlopiù di voci isolate, ci sono, si compatiscono, appartengono perlopiù al marginalismo politico che si nutre di esoterismo a basso caratura e geopoliticismo d’improvvisazione. Tra gli Stati, da intendersi come governi, dichiaratamente negazionisti è rimasta la sola Turchia. Il che è un problema, non per la sola Turchia, ma per l’Europa. La Turchia vorrebbe entrare in Europa. L’Europa avrebbe bisogno della Turchia perché è un grande paese in via di possente sviluppo: mercato, infrastrutture, ricerca. Ma, già, c’è un ma che pesa come un macigno o meglio, come la pietra posta sulla grotta di Aladino che nessun genio della lampada può spostare. La Turchia nega il suo passato. Semplicemente, spudoratamente nega la responsabilità del genocidio. Parlano, ufficialmente, di migrazione imposta. Neppure cinismo, il loro, ma banale stupidità. Sino ad oggi la Francia ha posto il veto d’ingresso alla Turchia. E fatti i conti con le rivolte di piazza che vediamo in corso in Turchia, la Francia, ed i suoi intellettuali che godono credito nell’opinione pubblica e nella politica (a differenza dell’Italia dove la cultura non serve) è stata lungimirante. La Turchia non è matura per sedere al tavolo europeo. La sommossa popolare e la relativa volgare repressione dimostra che la democrazia, una qualunque democrazia, non produce esclusivamente democrazia. Il che è un tema squisitamente politico e passa come il problema di Max Scheler in quanto, per primo, all’alba del Nocevento lo pose: come può il mondo liberale contrapporsi all’illiberale democraticamente eletto? La risposta è difficile. Ma evidente nel suo risultato amministrativo. Il governo turco, democraticamente eletto, utilizza la brutalità propria della dittatura. Segno, evidente, che la democrazia da sola non produce democrazia. Per essere compiutamente tale, perlomeno, in Turchia il percorso da compiere è molto più articolato e complesso. Insomma, la democrazia è cultura non forza elettorale. (Vale anche per chi, singolo, eletto democraticamente si comporta in modo antidemocratico, cioè al di fuori dalle regole stabilite per comuni). Al momento la Turchia è ancora quella del genocidio armeno del 1915. Deve ancora sostare fuori – il passato che non passa – dalla porta dell’Europa.

Emanuele Torreggiani

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