La tristezza di Habanera- di Emanuele Torreggiani

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    Ancora si sentiva cantare in quel tempo e in quell’ora ben presente, così penetrante dentro lo sguardo degli habitués ammutoliti dal pomeriggio di baldoria, di ingiurie, di grida e bestemmie, il mazzo delle carte bisunte impilato al centro del tavolino, tra le risulte dei vetri velati di camicia sanguigna di un vino grosso e le cicche strabordanti i triangolari posaceneri di bachelite bianca scheggiati alle convesse angolature, e quell’ora del sole declinante, distillato del giorno intero, scendeva a scalpello in quel pertugio dove l’anima, ospite, parla, finalmente, alla compagna carne, e apre, a ciascuno, la speranza per l’imminente indomani. Candide di polvere le vie sterrate e orlate di erbe impagliate dalla cruda arsura e già, dentro quella calata di silenzio, dalle imposte spalancate gli argentei tocchi di piatti e stoviglie per il magro pasto serale.

     

     

    Sull’uscio dell’osteria, un poco chino di spalle per la consuetudine alla picca e alla pala, nel suo abito, l’unico, traslucido dallo strino del ferro, la camicia incartata d’amido, intonava, la voce tenorile nella sordina del tabacco che gli sfumava tra l’indice ed il medio inchiostrati di nicotina, l’habanera. Quel canto, imparato nella sua breve adolescenza laggiù nelle terre dell’Argentina in cui mancò la fortuna ma non la fatica, di cui se ne faceva beffa alzando appena le spalle, la cui contagiosa malinconia imponeva qualche habitué a levarsi e andarsene, sigillava a tabernacolo la giornata di riposo.

    Sovviene di lui, ormai un fradicio grumo d’ossa, leggendo una strofa di Evaristo Carriego: “te ne andrai come una tristezza che attraversa la strada deserta, e qualcuno rimarrà a guardare la luna, da qualche porta”. Mai è stata scritta un’immagine così efficace, concreta di quell’impasto nostro di materia, della speranza per l’indomani: una tristezza che attraversa la strada deserta.

    Emanuele Torreggiani

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