La sinuosità estetica di Federer e l’inesorabile legge di Chronos- di Teo Parini

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Quello stronzo di Chronos ci è riuscito anche questa volta. Federer gli ha dato filo da torcere per un ventennio ma ha finito anch’egli per perdere la battaglia: l’immortalità sportiva non esiste.

Il più formidabile ladro di attimi che abbia mai attraversato il pianeta Terra – il tempo è infatti un meraviglioso leitmotiv nell’esistenza del basilese – è da ieri ufficialmente un ex tennista. E sì, lo stiamo dicendo davvero.
Questa sgradevole sensazione di smarrimento, gli sportivi della nostra generazione l’hanno già conosciuta. Il nemico invisibile non era il ginocchio, la disciplina decisamente diversa dal tennis e anche Marco, quel maledetto giorno, si scoprì imperfetto nella sua perfezione. Agosto, anno 1995. In uno stadio San Siro gremito piangevano tutti senza nemmeno risultare fuori luogo e Van Basten diceva basta. Per la verità il Cigno non giocava a calcio ormai da due anni, dall’ennesima inconcludente operazione alla caviglia avara di cartilagine, la sua kryptonite. Ma il momento del non ritorno fu scritto tra afa e zanzare nella casa che più di ogni altra ne aveva celebrato le gesta.
Settembre, anno 2022, ci risiamo di nuovo. Le regole del web nel frattempo hanno stravolto usi e consumi, noi abbiamo qualche capello bianco in più e anche agli annunci è riservata una dimensione differente, virtuale ma planetaria. Un tweet in luogo di uno stadio e in un amen la notizia rimbalza impazzita come una palla da flipper da un continente all’altro: Federer depone le armi. I luoghi comuni si sprecano: il mondo va avanti lo stesso, morto un Papa se ne fa un altro. Sì, certo, vai a spiegarlo ai cromosomi di chi verrà poi, ora che c’è mancato un soffio affinché un Ruud qualsiasi diventasse il numero uno al mondo nella stessa disciplina che Re Roger, il tiranno col fioretto, ha svincolato dalla semplicistica conta dei punti traghettandola nell’universo della bellezza quale insindacabile metro di giudizio.
Difficilmente in futuro si potrà giocare meglio di così e chi pensa sia solo l’iperbolica boutade di un momento concitato si merita il pane duro del corri-e-tira più stereotipato che solo la presenza di Federer ha fatto sì non diventasse l’unica strada percorribile dopo aver imbracciato una racchetta. Roger, in tal senso, è il Don Chisciotte che ce l’ha fatta, colui che i mulini a vento li ha sfidati e spesso abbattuti con le carezze, senza forza bruta che imbruttisce. Pungendo come un’ape e leggero come una farfalla, parafrasando non a caso Muhammad Ali, atleta della stessa abbacinante genia. Federer è utopia che diventa realtà, l’impossibile che diventa possibile attraverso un principio newtoniano non replicabile. Dogma per il quale se non puoi colpire più forte allora colpisci prima. Sempre una questione di tempo, spauracchio che ritorna come un mantra.
Da Sampras in poi, più che altro dallo snaturamento delle superfici di gioco rese irrimediabilmente uguali fra loro e terreno di caccia perfetto per le attitudine di tennisti sempre meno tennisti e più robot, la disciplina che fu in un recente passato di McEnroe, di Becker e di Edberg ha fornito di sé un’immagine revisionata, responsabile dello strappo forse definitivo tra efficacia e bellezza, due concetti di fatto resi antitetici dalle nuove peculiarità del gioco. Il merito più grande che si deve riconoscere a Federer, pertanto, è quello di averci fatto credere che la magia del nostro sport preferito non fosse ancora sepolta dalla polvere della modernità. Che la via per sollevare un trofeo potesse essere ancora intrisa d’arte, di sinuosità, di estetica, di colore, di imprevedibilità, di fantasia. Di talento.
I momenti Federer, mirabilmente teorizzati da Wallace, sono il motivo per il quale siamo rimasti incollati allo schermo per due decadi con la stessa reverenza solitamente riservata ad altri contesti. Il teatro, per esempio. Roger è allora commistione tra tennis e danza, è Nureyev che insegue e impatta ogni palla come se un pittore dovesse rendere immediatamente materica la scena.
Metabolizzata a malincuore la supremazia di Chronos, e nella speranza di poterci innamorare ancora, la riflessione più appropriata è allora questa: aver condiviso con Roger Federer i nostri anni migliori è stata davvero una fortuna sfacciata.
Teo Parini
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