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La necessità dell’Arca

Conversazione con il Prevosto don Giuseppe Marinoni. Di Emanuele Torreggiani

MAGENTA –  E così, in questo sole di settembre già crespo d’autunno che stempera nelle ombre che si distendono le calure corrosive dell’estate, Ticino Notizie incontra il Prevosto di Magenta. Un’unica domanda è stata declinata al sacerdote Don Giuseppe Marinoni, di anni cinquantotto, da tre anni in città richiamando il profeta Isaia (21,1-12): “A che punto è giunta la notte?”. Ne segue una conversazione che abbiamo sintetizzato a dialogo di voce sola, con l’espresso intendimento che l’interlocutore del Don non sia il singolo cronista ma la città. Tutti gli uomini, come avrà a sottolineare nei passaggi, di buona volontà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sentinella

Nutro nel cuore il desiderio di essere sentinella perché solo la sentinella si accorge che l’alba sta sorgendo e che questo sole è Cristo che viene dall’alto. Al Mattutino viene per noi tutti, e riceviamo la luce che ci illumina, che ci permette di vedere bene. Con chiarezza. Ed anche davanti alle difficoltà alle prove della vita, alle lentezze, ci indica di non perdere mai la speranza. E in tempi come questi la speranza ha un volto concreto ed un nome preciso, è quello grande di Gesù Cristo.

L’Arca

Nella prima domenica di agosto ho ricevuto una lettera scritta dalla comunità islamica magentina indirizzata a me ed agli altri confratelli sacerdoti, Don Roberto e Don Davide. L’abbiamo letta e condivisa nella bontà, nell’attenzione per la vita, l’abbiamo apprezzata nella cifra profonda della parola scritta. Non si faceva alcuna richiesta se non il desiderio di un incontro. Ad una lettera sempre si risponde. E così abbiamo ritenuto. e deciso di incontrarci, qui in casa parrocchiale.
E sono venuti. Sono quattro uomini, due dell’Egitto e due del Pakistan. Sono presenti in Magenta da anni, con le loro famiglie ed il loro lavoro. Due di loro hanno attività proprie, lavorano e danno lavoro, un esempio di integrazione civile. Non hanno posto nessuna richiesta, se non il desiderio comune di incontrarci. Considerando che insieme viviamo sarà bello che insieme impariamo a camminare conoscendoci sempre di più. Questi quattro uomini adulti, questi quattro padri di famiglia, hanno portato in dono l’Arca. Non è un dono privato, ma pubblico, da condividere idealmente, nella sua espressione simbolica potente, con tutta la città. L’ordinò Dio a Noè. La troviamo nell’Antico Testamento, e nel Corano. Manifesta la presenza di Dio tra gli uomini, tra i popoli che non sono abbandonati a sé stessi. Dio vive. La venuta di questi uomini lo dimostra. E si deve cogliere anche il loro dolore, il loro desiderio di essere riconosciuti parte integrante della comunità magentina. Ed hanno portato l’espressione dell’Arca, il seme comune. Ebraico, cristiano, islamico. C’è tanta storia della nostra cultura nell’espressione dell’Arca.

Il Cuscino
Souleman Aboubakari, 20 anni del Benin, muore sul crinale di Agosto, era qui in città da un anno, circa. E sabato 1 Settembre sono stato invitato, con i confratelli e tanti cittadini presenti, ai funerali di questo sfortunato giovane. Abbiamo condiviso il grande dolore della morte ed espresso le nostre condoglianze. E nella parola condoglianza, che significa che il tuo dolore è anche il mio, si dimostra l’impossibilità dell’indifferenza davanti alla morte di una vita. Ho ascoltato le parole dell’Imam di Milano, giunto a Magenta, ed anche noi abbiamo pregato con loro. Ho richiamato il salmo del Buon pastore che non ci lascia soli quando siamo chiamati, quando dobbiamo attraversare la valle oscura della morte. Ed una riflessione dell’Imam mi ha particolarmente colpito. Ha detto testualmente che “il pensiero della morte deve essere il cuscino sul quale noi si dorme, e questo pensiero, se fosse comune, se fosse consuetudine, ci renderebbe tutti più umili e più sapienti”.

La città
Vedo la città, la mia Magenta, per nulla isolata dal contesto nazionale ed europeo. A volte appare stanca ed impaurita. Una stanchezza propria di chi non rinnova il vigore che dà forza alla nostra vita, e per un cristiano questo vigore è la grazia della fede in Gesù Cristo. Sono convinto che solo con la grazia si trasforma la stanchezza in entusiasmo, in gioia di vivere.
La vedo anche a volte paurosa, a volte diffidente verso tutti. Verso il nuovo. Verso quello che sta accadendo. E verso la presenza dei nuovi arrivi. Nei confronti dei quali sento dire spesso cosa vengono qui a fare… ci portano via il lavoro, lasciamoli a casa loro… forse non comprendiamo, noi tutti, che questo movimento di uomini è più grande di noi. Ma, e mi preme sottolinearlo, la paura va ascoltata. Non va sottovalutata. E qui forse si è sbagliato a sottovalutare ed a non ascoltare la paura. Solo ascoltandoci insieme possiamo sconfiggere la paura. Stiamo facendo poco per i nuovi arrivi. Poco. Al Refettorio organizziamo incontri, cerchiamo con le nostre risorse un percorso di integrazione. Sono piccoli progressi e abbiamo davanti grandi numeri. Ma almeno abbiamo piantato un seme che poi saprà germogliare. Ultimamente sono riusciti, con l’aiuto di associazioni volontaristiche, ad inserire dei giovani in un frutteto e in una falegnameria, in un laboratorio meccanico per riparare biciclette. Accade a Corbetta, una esperienza piccola ma concreta.

Diritto originario
Noi dobbiamo fare dei passi per consentire loro un luogo di preghiera. Io ho davvero paura della sola risposta che suona no. No. No. Con il costante diniego si spinge verso la radicalizzazione. Con la gravità conseguente, sia per i cristiani che per i musulmani. La libertà religiosa è un diritto originario della persona. Originario, da quando la persona è persona ha il diritto ad esprimere liberamente la sua religione. In modo autonomo, cioè senza gravare sulla comunità e nel rispetto delle leggi e della cultura di chi ti accoglie.

Emanuele Torreggiani

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