La millenaria chiesa di San Nicola al Padregnano, nella Valle del Ticino

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ROBECCHETTO – L’estate scorsa era sorta la volontà di fare diventare la chiesa di San Nicola al Padregnano uno dei ‘Luoghi del Cuore’ del Fai con l’intento futuro di restaurarla.
Il ‘sentiment’ c’è stato visto che sono stati raccolti ben 2393 voti, grazie all’impegno di Katia Negri, restauratrice, oggi abitante a Verbania, ma originaria di Robecchetto. Insieme a lei uomini e donne di buona volontà si sono dati da fare per aprire quella che fu la città murata di Padregnano, di romana memoria, tant’è che nel settembre scorso ci fu una grande giornata di festa durante la quale il ‘luogo’ è stato mostrato agli astanti.
Abbiamo rinvenuto nelle carte che siamo intenti a ordinare in vista dell’ultimo trapasso, una descrizione che fece il già trapassato architetto Angelo Vittorio Mira Bonomi, che qui sotto riportiamo, essendo l’unica che conosciamo di tale chiesa. Il noto architetto-archeologo turbighese, una trentina di anni fa, aveva stilato una sorta di inventario delle presenze storico-artistiche esistenti nel nostro territorio, inserendolo in una visione più ampia che chiamò ‘Itinerari culturali nella Lombardia Occidentale’. Il grande lavoro di ricerca non fu mai pubblicato ed è rimasto nei cassetti de ‘La Selvaggia’. Alcuni frammenti il Nostro li mise a disposizione di chi scrive. Da qui l’intento di tramandare tale ricerca attraverso i nuovi media. Qui sotto l’architetto descrive, con rara sapienza, l’interno della chiesa di San Nicola:

“Affreschi decorativi con ornati prospettici a cartoccio e volute, elementi architettonici fastigiati con vasi di fiori e ghirlande e tre medaglioni figurati: a sinistra con raffigurazione di San Nicola che scaccia i demoni da alcuni ossessi; a destra, Sant’Antonio da Padova con il Bambino; al centro, grande ovale entro fastigio con timpano spezzato e due vasi ai lati raffigurante la Pietà affiancata da San Michele sulla sinistra e da San Nicola, inginocchiato, sulla destra. Il ciclo, databile alla metà del XVIII secolo, è ancora ben conservato e si impone per l’eleganza della composizione e soprattutto per l’estenuata dolcezza del colore e del tratto nei tre medaglioni figurati, condotti con toni rosati, verdi, violetti, su una base grigio perla.
Notevole il tratto compositivo sommario, ma efficace e sottilmente sensuale, nelle figurine degli ossessi, tra cui una donna piuttosto discinta, la dolcezza ambigua del sorriso di S, Antonio che abbraccia il bambino e il patetismo dell’Addolorata con il Cristo Morto e sanguinante disteso sulle ginocchia, mentre uno sfuggente S. Michele, armato di corazza con la bilancia e la spada fiammeggiante, guarda in tralice sull’angolo sinistro.
Questa decorazione andrebbe maggiormente valorizzata e studiata, impedendo il suo degrado, come è avvenuto nella navata dove è stata ricoperta da un intonaco posteriore.
Notevole anche l’intento illusionistico tra ambiente reale e raffigurazione prospettica, come nel finto armadio di sinistra posto in correlazione con quello di destra, pur nelle ridotte dimensioni dell’insieme”.

FOTO Interno e esterno dell’oratorio di San Nicola da Bari alla cascina Padregnano

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