L'Editoriale

La foglia e il maresciallo

Così nei primi caldi stemperati dagli acquazzoni capita, all’ora consueta, d’incontrarli sui tram della città. Annunciati dal vociare salgono trasportando nelle loro parole il piccolo mondo della classe che hai loro occhi, ridenti, è dipinto come l’universo immenso. E gli adulti, già stanchi di mille crucci, li scrutano con la rabbia degli anni che se ne sono andati. Alcuni, o quasi tutti, indossano magliette con il marchio della foglia, la scalare simmetrica eptastella della cannabis, impressa con colori sgargianti a vivo contrasto. Solo alcuni, tra i quasi tutti, ne conoscono appieno il valore. Quel potente negativo che ha sentenziato a morte per Falcone e Borsellino e altri Mille. Ultimo, in ascesa cronologica, il maresciallo Silvio Mirarchi di cinquantatré anni. Aperta campagna di Marsala, cuore della notte. Appostato con un commilitone presso un campo di coltivazione cannabis viene abbattuto con un colpo alle spalle. Cadendo ruota e avrà visto il cielo stellato sopra di sé e la legge morale dentro di sé che l’hanno condotto a quella vita. E guardando quei ragazzi, dai volti ancora innocenti, si frappone l’immagine della fototessera sgranata del maresciallo che la agenzie iniziano a diffondere. E si compongono nell’affresco incorniciato dalle magliette sgargianti e marchiate di assassinio che chi non le ha, per il costume giovanile, è marchiato da sfigato. Non chi le produce né chi le diffonde aggiungendo alla propaganda immorale guadagno. E così il maresciallo Silvio Mirarchi non torna a casa. Non rientra nell’odore delle sue modeste stanze e in punta di piedi, per non svegliare la sua famiglia addormentata, non si spoglia all’ingresso stordito da solida stanchezza. Cade. E cadendo sul prato verde torna a Casa.
Emanuele Torreggiani

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