La fine del sogno distopico dei 5 Stelle- di Enrico Nistri (barbadillo.it)

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Quando fu varato il governo giallo-verde, mi sovvenni di un aforisma del grande Leo Longanesi: “Un’idea che non trova posto a sedere fa la rivoluzione”. Naturalmente, mi domandai se non sarebbe stato possibile ribaltarlo con la formula inversa: “Un’idea che ha trovato posto a sedere, non fa più la rivoluzione”.

Certo, parlare di idee per i pentastellati era forse un poco ottimistico: più che di idee si trattava di slogan, di risentimenti, di un populismo alla vaccinara. Ma erano pur sempre il primo partito, e comunque rappresentavano un fattore di discontinuità nelle acque stagnanti della politica italiana.

Sino alla primavera del 2019 pensai che la mia preoccupazione fosse infondata. Sia pur fra dissensi più o meno larvati e infelici concessioni clientelari come il reddito di cittadinanza, il governo Conte-Di Maio-Salvini pareva davvero in grado di cambiare l’Italia. Il momento più alto fu rappresentato forse dalle reazioni al crollo del ponte Morandi a Genova. Sembrava che nel Paese soffiasse un vento di ribellione alle collusioni della sinistra politica con i poteri forti economici e che l’opinione pubblica fosse tutta dalla parte di chi si opponeva alla sinistra autostradale dei Benetton, che coniugava carenza di manutenzione e buonismo terzomondista.

Con i risultati delle elezioni europee del 2019 la situazione com’è noto cambiò. Qualche colpa la ebbe, è vero, Salvini, con la sua hybris che l’indusse a sperare di poter ottenere lo scioglimento delle Camere e un Parlamento a sua immagine e somiglianza. Ma il vero fattore disgregativo, a pensarci bene, fu il cambiamento di rotta dei pentastellati, che da forza politica critica dell’Europa si erano già integrati in una “maggioranza Ursula” agli antipodi delle loro posizioni iniziali.

Da allora Lega e Cinque Stelle, sia pure per motivi diversi, hanno conosciuto una lenta ma inesorabile erosione del loro pacchetto di consensi. Certo, i pentastellati erano già in crisi in occasione delle Europee, mentre il declino di Salvini è cominciato con l’agosto del 2019, per accentuarsi dopo il voto in Emilia-Romagna. Ma la sostanza è simile: venuta meno la possibilità di fare la rivoluzione, le loro idee – o se preferiamo istanze – sono divenute meno credibili per l’elettorato. E, come sempre succede in questi casi, all’interno di un partito esplodono i fattori disgregativi, specie in un Parlamento nel quale, con la riduzione del numero dei parlamentari, tipico sottoprodotto della demagogia grillina, le speranze di una rielezione divengono sempre minori in presenza di un patrimonio di consensi in calo.

Nella Lega, per ora, il Capitano sembra continuare a tenere sotto controllo la situazione, anche se si avverte sempre di più la distanza fra le sue prese di posizione fra l’ala moderata e “governista”, costituita, più che dal prudente Giorgetti, dal partito dei presidenti di Regione. Nei Cinque Stelle il conflitto fra l’ala moderata e quella fedele alla tradizione populista si è invece manifestato in forma traumatica, ma con una singolare inversione di tendenza. Conte, l’azzimato professore scelto come presidente del Consiglio anche per rassicurare l’opinione pubblica moderata, non ha dimenticato la sua vocazione di “avvocato del popolo” e ha rivendicato il diritto a un atteggiamento critico nei confronti della politica del governo Draghi, che rischia di condurci nel migliore dei casi a un nuovo choc energetico, con contorno di stagflazione, nel peggiore al coinvolgimento in una terza guerra mondiale. “Giggino”, invece, ha rinnegato un po’ tutto, dall’“l’uno vale uno” (giustamente: ci sono uno che valgono meno di zero) al populismo e si è tenuto ben saldo sul “posto a sedere” di longanesiana memoria.

Nulla di scandaloso, naturalmente: è comprensibile che un homo novus, salito rapidamente al dicastero considerato più prestigioso, in cui può spostare come pedine diplomatici selezionati con i concorsi più selettivi della pubblica amministrazione (quelli, per intendersi, in cui non si assegnano tutti i posti banditi se i candidati non sono giudicati degni), rimanga attaccato alla poltrona. Resta il fatto che il movimento di Grillo, nato con l’intento di aprire come una scatoletta di tonno il Parlamento, ha finito per aprirsi da solo, con risultati imprevedibili.

Si potrà obiettare che la spinta propulsiva del movimento pentastellato era finita nell’estate del 2019, con l’ingresso nella maggioranza Ursula e l’abbraccio col Pd, sino ad allora bollato come il partito di Bibbiano. Ma che Di Maio non sia riuscito a rimanere fedele alle proprie idee, vere o presunte, lascia lo stesso perplessi. In fondo non sarebbe stato difficile: ne aveva così poche.

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