Jus culturae

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    Per terrorizzare i nemici, al centro della lorica, il corsaletto di bronzo che ricopre il petto, Adriano volle la testa di Medusa a ricalco di Atena che l’aveva fatta scolpire al centro del proprio scudo. Perseo l’aveva decapitata e donata alla dea, Michelangelo Merisi detto Il Caravaggio la ritrae (Uffizi) mentre getta il sangue e coglie l’attimo terribile di consapevole abbandono da questa terra. Morì a 62 anni, ereditò lo scettro imperiale a quarantuno dal suo tutore Traiano. Scavalla il I e II secolo, aurora del cristianesimo. Osservo il busto, copia dell’originale dei Musei Capitolini, che il mio ospite aveva commissionato ed ora è lì in una nicchia, appositamente ricavata e rivestita di ciliegio, illuminato da un filo di luce che lo fascia di ombra. Se l’eternità si mostrasse noi non la vedremmo, distratti come siamo, mi dice. Vale per la vita, gli faccio eco. Mentre le nostre parole sono ancora fluttuanti al lieve suo cenno ci accomodiamo per la cena servita da un’algida silente fantesca ariana, azzurrite gli occhi, fermi. Dice che ha sentito discutere di Jus culturae…, annuisco. Dice che non lo sa. Condivido. Probabilmente la cultura esiste come dimensione dell’animo, dico. Mi alzo, lo so dov’è. Per ragioni che mi sono oscure sono stato, nel corso degli ultimi decenni, spesso suo ospite. Eccolo: Sant’Agostino, Le Confessioni, Capitolo XI, leggo testualmente: “Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so… in realtà, una sola vera ragione vi è per dire che il tempo è, se non in quanto tende a non essere?”. Credo che le parole di Agostino possano vestire il concetto di cultura. Il tempo c’è per subito non essere e ci consegna l’immediato passato che mostra un pertugio verso il futuro che a sua volta è già il nostro passato. Il nostro presente è una terra di mezzo, in costante scomparsa. Credo che Tolkien sia partito da lì, per formare la narrazione del suo Hobbit. Adriano. Lei, io. Gli uomini consapevoli sono hobbit. La cultura c’è, esiste, ma non sappiamo esattamente cosa sia se non nella dimensione dell’animo che non è esattamente misurabile, perlomeno, la mia opinione. E siamo daccapo. Certo. Annuisco mentre finisco un dolce al cucchiaio. Quindi? Noi spartiamo i beni con il ferro. Conosciamo il sangue, jus sanguinis; e la terra, jus soli. Facciamo che la cultura sia il sottosuolo, e siamo già a Dostoevskij. È qui anche lui, in un qualche scaffale. Sta laggiù. Annuisco. Già, ma è il sottosuolo. È il sottosuolo che ci sostiene. Che tiene su il sangue e tiene su la terra. Il sottosuolo ci tiene in piedi. È la nostra anima. Quella che Adriano andava scrivendo nella straordinaria poesia che ne fa di lui uno tra i più grandi tra gli imperatori. La vado a cercare nella biblioteca. Eccola qui. Animula vagula blandula- Hospes comesque corporis,- Quae nunc abibis in loca – Pallidula, rigida, nudula,- Nec, ut soles, dabis iocos… Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi-incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti… (trad. Livia Storoni Mazzolani). Vede, Adriano intuiva che il sangue e la terra non potessero bastare. Non bastano mai. Giunto al potere un uomo non può che perdere il controllo, ma un uomo consapevole sa che non è misura di tutte le cose, e deve affidarsi alla domanda della sua anima. L’anima di questo imperatore, immerso nella cultura greca, era vicina al cristianesimo, reclamava l’unica risposta che l’uomo ricerca. La risposta sulla morte. Intuiva Adriano che l’anima non era conficcabile in un luogo. Infatti la veste di penombra. Ma intuiva che non era lì. Non poteva finire così, l’ospite e la compagna del corpo non poteva finire così. Solo la Rivelazione lo dice chiaramente. La Rivelazione apre, non chiude. La cultura s’intuisce nell’incavo di mani aperte a coppa. È lì che ti disseti e disseti, offrendo le mani. Lo jus culturae stabilito per legge non ha significato. Non si può misurare la cultura con lo strumento del sangue e della terra. Si misura grammatica e sintassi. Ma se uno non crede non vale nulla. Non si tratta di credere o non credere. Si tratta di ragionare quanto la Rivelazione ha costruito. Il nostro mondo. Questo in cui noi viviamo. Non a caso Atena, la dea della ragione, è l’unica divinità olimpica che non si è mai concessa. Non partecipava al bordello incestuoso. I greci l’avevano capito. La ragione non è un sentimento. È la verità. E la verità non è nostra. La medusa decollata, che Atena teneva sullo scudo, è un mostro marino, insaziabile. Lo stato etico, quello che decide il tuo bene, la tua felicità, la cosiddetta corretta cultura diventa un levitano. Altro mostruoso mostro marino. Invece la rivelazione, che tu creda o non creda non importa, ti chiede di ragionare. E così abbiamo fumato un bel numero di sigarette guardando la copia di Adriano che ci ricambiava, eterno.

    E.T.

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