Jannik Sinner e lo ‘stato dell’arte’- di Teo Parini

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    Jannik Sinner, un campione lo è già ora. A dirlo con l’oggettività dei numeri è il computer che, a diciannove anni e poco più, gli riconosce un posto entro i migliori venti giocatori al mondo. L’élite di uno sport elitario come pochi altri. Fin qui tutto bene, anzi benissimo, tanto che non è un azzardo asserire di un’Italia globalmente mai così forte nell’Era Open del tennis. Ciò, grazie all’altoatesino – in prospettiva financo luminescente – e ad almeno altri cinque o sei giocatori di livello assoluto. È ancora il computer a venirci in sostegno: la top 100, spartiacque riconosciuta per chi mastica la disciplina del diavolo, trova nell’azzurro il colore che va per la maggiore, un’invasione.
    Tornando a Sinner, mercoledì sera ha disputato e perso il suo secondo match della carriera contro Nadal sulla terra battuta. Non esiste una prova maggiormente veritiera se si tratta di imbracciare una racchetta. Uscirne dignitosamente, vivo sarebbe oggi chiedere la Luna, è come evitare il fuorigioco attaccando la difesa dell’invincibile Milan di Sacchi, quindi arduo. E infatti, pur disputando una buona partita, ottima a tratti, l’italiano non ha mai dato l’impressione di poter prevalere. Neanche quando, ed è successo per una buona mezzora, Nadal appariva (appariva) un pugile suonato in procinto di aggrapparsi alle corde perché sfiancato dai fendenti di un Sinner che è colpitore a piedi piantati di una qualità condivisa solo con i migliori interpreti del ruolo.
    In tutto ciò il match del Foro Italico, più di quello disputato a Parigi qualche mese fa, ha palesato alcuni aspetti che sarebbe bene non sottovalutare, mentre i tifosi accecati da un comprensibile entusiasmo liquidano il ko alla stregua di un normale incidente di percorso che, in virtù di non si capisce quale scontata dinamica, sia destinato a non ripetersi più. Falso, succederà ancora, almeno per un po’.
    Jannik, oggi, colpisce in spinta con i due fondamentali di rimbalzo su livelli, appunto, da primo della classe. La palla esce violenta e precisa dalle corde grazie a una meccanica la cui pulizia tecnica è da scuola cecoslovacca, dunque perfetta. Slegato dalla cifra stilistica dell’avversario, interpreta sempre il match come una battaglia di distruzione, concependo la sola strategia del ‘winner’. Somma algebrica di colpi tirati per assicurarsi il punto diretto perché capaci di lasciare il rivale distante dal punto di rimbalzo della palla. Non è un piano avventato ma imposto da quelli che sono i suoi attuali assi nel mazzo. In altre parole, significa interpretare la maratona con il piglio del centometrista. Difficile, né?
    La storia, tuttavia, insegna che vecchie volpi come Nadal o Djokovic, non possono essere domate sperando di impedire loro di toccare palla per ore e ore. Perché, appunto, l’andamento ontologicamente sinusoidale di un match, dove a un momento ‘on fire’ ne può far seguito uno di transizione, mal si sposa con una tattica di solo arrembaggio e di limitata percentuale. E sono sufficienti tre o quattro ‘quindici’ sparacchiati senza costrutto per invertire l’inerzia dell’incontro dove, per struttura intrinseca delle diamiche legate al gioco, se la spavalderia pancia a terra fa vendere i biglietti è la costanza che fa sollevare i trofei. Infatti, ieri è emersa con veemenza la differenza nella capacità di lettura del match e l’importanza capitale di saper fare con qualità tante cose differenti che esulano dalle più spiccate e routinarie attitudini.
    Un esempio. Nadal, il cui letale dritto mancino non necessita di celebrazioni, ha girato il match con il rovescio, ovvero il colpo teoricamente di scorta, nel momento in cui la diagonale preferita andava a sbattere contro il rovescio di Sinner, capace di ritmi e angoli tali da essere fucina continua di punti. Rafa, infatti, ha avvertito la necessità di trovare soluzioni alternative iniziando a dare maggiore spinta al suo rovescio coperto in cross punzecchiando il dritto in movimento del rivale alternandolo chirurgicamente con il taglio all’indietro, lo slice, per costringere Jannik a impattare ad un’altezza da terra a lui meno congeniale. Non solo, al principio per il quale la miglior difesa è talvolta l’attacco, faticando a comandare gli scambi da fondo, Nadal si è prodigato in diverse prese della rete – ove a differenza di Sinner si destreggia assai bene – che hanno sorpreso l’italiano ancora non sufficientemente letale nei colpi di sbarramento. Sagacia tattica, insomma.
    Jannik, dal canto suo, non ha saputo percepire la mutazione in atto e, soprattutto, ancora non ha nella faretra un idoneo ventaglio di contromosse, tanto che una volta neutralizzato nel suo leitmotiv ha subíto quasi impotente un parziale di quattro game consecutivi che hanno messo in ghiaccio il match. Difficoltà nell’uso alternato delle rotazioni e inefficacia nel gioco in transizione sulla verticale con presa della rete devono obbligatoriamente essere ottimizzati per colmare il gap ai massimi livelli. Le famigerate variazioni, sinonimo di competenza per tutte le stagioni.
    Se dirlo è facile, farlo lo è assai di meno. Perché un conto è allenare, possibilmente perfezionandolo di continuo, un colpo efficace, un altro è inventarsene uno da basi precarie o, peggio ancora, costruirsi una duttilità di gioco quando si è sotto pressione. Ciò che fa ben sperare, però, è la natura di infaticabile lavoratore dell’azzurro inserito in un team tecnico di assoluta preparazione e una mentalità vincente scolpita nei cromosomi. Morale, ci proverà.
    Il Prescelto dagli Dei del tennis
    L’errore che non si deve fare, in primis per il bene del giovanotto, è quello di dare per scontata, in automatico, l’evoluzione da campione a fuoriclasse, perché, affinché ciò possa avvenire occorre una concomitanza di condizioni al contorno, tecniche e psicologiche, che si verifica con la stessa frequenza del passaggio della cometa di Halley: una volta a generazione.
    Jannik Sinner, tra i papabili, è di sicuro il prototipo di astro meglio attrezzato allo scopo, tuttavia millantare certezze di cui si è sprovvisti è ascrivibile, allo stato dei fatti, più all’universo delle scommesse che a quello dei sicuri accadimenti, come invece la maggioranza bulgara degli addetti ai lavori propina. Vero anche che i bookmakers – loro sì – per sopravvivenza ci azzeccano spesso e la quota di Sinner quale prossimo dominatore è relativamente bassa. Staremo a vedere.
    Teo Parini
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