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Insulti a Pansa anche da morto, la vergogna (ennesima) di certo mondo ‘antifa’

 

Il vomitatoio scatenatosi sul Web nelle ore successive alla sua morte è l’ultimo capolavoro di Giampaolo Pansa, perché dimostra quanto egli avesse ragione nel cercare di spurgare la storia del dopoguerra da certa cloaca, i cui miasmi ci appestano ancora oggi. Sì perché è merda, come direbbe Alberto Sordi, quella che Pansa ha fatto venire a galla con Il sangue dei vinti, libro che ebbe il grande merito di riportare in superficie fatti atroci sottaciuti per decenni interi in nome del compromesso storico.

Cadaveri scomodi, i cui fantasmi rimasero invisibili finché a parlarne erano giornalisti come Giorgio Pisanò, autorevoli finché si vuole, ma pur sempre confinati nella ridotta del nostalgismo postfascista. Anni dopo Pansa ebbe il coraggio di scoperchiare da sinistra la fossa comune scavata nell’oblio in cui tutte quelle storie furono gettate, restituendo così dignità alle anime di quei defunti e un minimo di giustizia ai loro famigliari.

 

Prima di lui Violante e Ciampi

Lo fece seguendo il solco tracciato da Luciano Violante il 27 agosto del 1996 nel suo discorso d’insediamento a presidente della Camera, dicendo che era ormai giunto di momento di «conciliare le ragioni di chi piange tutte le vittime di guerra» e ammettendo che sugli eccidi dei partigiani di Tito, «per condiscendenza e nella storia scritta dai vincitori è calato il silenzio.» La vicenda, disse il neo-presidente, «è stata cancellata dalla memoria.» Dopo Violante fu la volta del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che nell’ottobre del 2001 riconobbe a molti «ragazzi di Salò» d’aver agito «credendo di servire l’onore della patria, animati dal sentimento dell’unità.»

Un paese che non riesce a fare i conti con il proprio passato

Un contesto che sembrava quindi essersi fatto maturo per libri come quelli che Giampaolo Pansa diede alle stampe dal 2003 ai giorni nostri: «Che si vive a fare se si rinuncia alla verità? La storia di un Paese è fatta di coloro che hanno combattuto guerre sbagliate, cercato traguardi assurdi. Occorre accettare questo, e onorare chi ha sofferto, non per forza condividerne la memoria, ma accettarla, darle cittadinanza», dichiarò nel 2005 in un’intervista a Libero.

Macché. La sinistra anziché ragionare come Pansa, ragionò con la panza, e allora fu tutto un fiorire di distinguo recuperati in fretta e furia dal fornitissimo dizionario propagandistico della Volante Rossa: dicevano che certi crimini andavano «contestualizzati», arrivando a giustificare gli eccidi delle Foibe perpetrati da Tito a decine di migliaia di italiani innocenti perché «prima erano passati i fascisti.» Per la cronaca, il sanguinario Maresciallo Tito è a tutt’oggi decorato come Cavaliere di Gran croce al merito della Repubblica italiana, con l’aggiunta del Gran Cordone, il più alto riconoscimento conferito dal nostro Paese.

Oltraggiare i morti, la specialità degli “antifa”

D’altra parte i commenti di queste ore non debbono stupire più di tanto, perché sono figli dello stesso odio che parte da Piazzale Loreto – «una scena infame», la definì Bettino Craxi nella sua ultima intervista – passa da slogan come «uno, dieci mille Sergio Ramelli, con una riga rossa tra i capelli» scritto e riscritto sotto la casa del povero ragazzo ammazzato nel ’75 a colpi di chiave inglese, poi parafrasato in occasione della strage di Nassirya: persero la vita 50 persone, tra cui 25 italiani e ci furono “fenomeni” che inneggiarono a «una, dieci, mille Nassirya.» Una vergogna sesquipedale. Infatti, non è certamente un caso che chiunque tocchi l’argomento in questi termini venga immediatamente additato dai sinistri come «fascista». Ça va sans dire.

Stessa sorte toccata a Giampaolo Pansa che, con ogni probabilità, se fosse ancora qui starebbe pensando di fare un bel libro con gli insulti che certi antifascisti sono capaci di vomitargli addosso anche da defunto.

(da orwel.live)

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