In morte di Donna Assunta Almirante/1: custodì la memoria dei vinti- di Emanuele Torreggiani

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Che facesse caldo lo si sudava nel luglio milanese. Anche nella pertinenza dell’hotel Cavalieri irrorata da quel sole febbrile, incombente. Sedette, lei, al tavolino quasi a mezza voce chiedendo, col garbo d’un educazione e antica e severa, una mezza minerale ed un caffè ristretto. Accese una Mercedes slim.

 

Ma come si fa, qui a Milano d’estate è la jungla e d’inverno è Siberia. Indossava un tailleur di lana e seta d’un blu di Prussia tagliatele sulla misura della camicetta d’organza a collo aperto, candido negli esametri a neve. Arrivavano parlamentari e aspiranti per la commemorazione prevista alle sedici. Ho un volo alle ventidue, mi disse col sollievo di sbarcare e andare incontro al ponentino. A Roma non si suda, che meraviglia. La sala andava riempiendo in quel vocio di amici che si odiano e di più ancora, perché, come si dice, la competizione ha un solo vincitore. E vabbé, Giorgio non c’è più. Ce l’avranno a farsela. Qualcuno, passando, salutava alla romana. Lei annuiva a mezzo sorriso. Con quell’accondiscendenza che una nonna dà alla marachella del nipote. E gli deve tanto sì la democrazia ad Almirante. Con l’indice mi sfiorò il dorso della mano. Che li ha tenuti tutti dentro al parlamento. Lo disse, sembrava scrivesse, alla maiuscola, il Parlamento. Chessicredono. Devono stare tutti là dentro, al di fuori i fuorilegge. E i fuorilegge nelle patrie galere. E la cosa grande di Giorgio Almirante fu questa, portare dentro il Parlamento, il dibattito politico, i reduci della Repubblica di Salò e i nostalgici del Re. Gli sconfitti. Aveva unito i socialisti leninisti con i monarchici. Li incantava con la parola e li dominava tutti. Ma bisognava stare dentro le regole. Non transigere. Il metodo era quello, la politica dentro il Parlamento. Una sera, era tardi, Moro era morto da qualche mese. Credo fosse settembre. Squilla il telefono, era notte. Risponde Almirante. Torna a letto. Io lo guardo e lui mi dice tutto. Mi diceva sempre tutto. L’indomani, nel pomeriggio sarebbe dovuto recarsi in un appartamento della Nomentana. Ti accompagno, gli dissi. Infatti, sulla Fiat 126 che guidavo io, arrivammo. Un palazzo come tanti. Aprì un ragazzotto impacciato, con quei capelli a spazzola dei militari. In fondo al corridoio c’era Francesco Cossiga, meravigliato, ma non più di tanto, fingendosi meravigliato di vedermi. Ci accomodammo in piedi nel salottino grigio di polvere e suonò il campanello. Era Enrico Berlinguer accompagnato da Ugo Pecchioli. Cossiga li indirizzò ad una stanza e chiese, guardandomi con la cortesia silente di un signore medioevale, di preparare un caffè. In cucina sciacquai lavello e tazzine. Bussai e consegnai il vassoio. C’era un quinto uomo nella stanza, un militare in borghese, che schizzò in piedi apppena mi vide. Facendosi lunga pulii in giro, c’era polvere e mozziconi dappertutto. Donna Assunta riassunse quella conversazione chiedendo, e lo si promise, di non farne menzione. E così è. Quel giorno milanese le portarono un gran mazzo di fiori, ringraziò con un sorriso felice per quel pensiero che dedicava al marito. Sì, l’aveva individuato lei Gianfranco Fini. L’unico capace di traghettare la destra dentro il governo. E accadde. Poi la storia prese un’altra strada.

Emanuele Torreggiani

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