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In Italia la mafia parla sempre più straniero, di Andrea Pasini

 

Ad oggi in Italia non ci sono solo gli affari della Ndregheta, della camorra, di Cosa Nostra, perché il nostro paese si è trasformato in un importatore di associazioni criminali straniere. A raccontalo è l’ultima relazione della Direzione distrettuale Antimafia dove si spiega con dati alla mano che ogni 4 indagati per 416 bis 1 è straniero. Le gang cinesi a Nord, i nigeriani e i russi nel Centro-Sud e la mafia albanese che coprono tutta la penisola. Gestiscono il narcotraffico, la tratta degli esseri umani, la prostituzione e infettano l’economia con il riciclaggio di danaro sporco. E nel frattempo si associano ai calabresi, siglano patti di non belligeranza con i siciliani, lavorano insieme ai pugliesi e fanno da manovalanza ai camorristi. Non ci sono solo i tentacoli delle mafie italiane a fare il bello e il cattivo tempo in tutta Italia isole comprese ma adesso si sono aggiunte le mafie estere. Non ci sono solo gli affari della ‘ndregheta e di cosa nostra  ad imperversare dalla Lombardia alla Sicilia. Al contrario, invece, dal 2017 fino ad oggi l’Italia si è trasformata in importatrice di associazioni criminali straniere. A raccontarci tutto questo è l’ultima relazione della Direzione Nazionale AntiMafia. Si racconta di come L’Ndrangheta sia ormai stabilmente presente in tutti i settori nevralgici del nostro paese, aggiungerei per nostra sfortuna. Ma quello che desta maggiore sconforto  è proprio il fatto che nella relazione  gli investigatori analizzano nel dettaglio gli affari sul suolo italiano delle mafie straniere in continua crescita. Già negli anni precedenti, per la verità, gli analisti della Dna avevano dedicato alcuni paragrafi delle relazioni alle mafie extra italiane. Questa volta, però, le pagine utilizzate per raccontare gli affari delle mafie estere sono molto più numerose. Il motivo sono i numeri : i quali ci dicono che praticamente ogni quattro persone che le procure antimafia della Penisola hanno indagato per 416 bis, ce n’é almeno una non italiana. Una proporzione in continua crescita che confermano come le associazioni criminali straniere siano ormai la quarta magia d’Italia. Abbiamo gli albanesi  che ormai fanno sinergia criminale con i calabresi. La mafia albanese ha di fatto acquisito il totale controllo della rotta balcanica per trasportare armi e droga. Ma non solo. Perché da qualche tempo gli investigatori si sono accorti di una novità: gli albanesi hanno conquistato i due estremi dell’Atlantico dal Sudamerica, da dove partono i carichi da centinaia di chili di cocaina colombiana, ai porti del Vecchio Continente, dove il prodotto viene distribuito ai compratori. In particolare spiegano  gli analisti della Dna nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti, tali gruppi criminali sono riusciti a stabilire propri referenti di fiducia in Spagna, nei Paesi del nord Europa e del Sud America, riuscendo ad assicurarsi un ruolo da protagonisti nella gestione di tali traffici delittuosi, secondo una specifica strategia che gli consente di gestire agevolmente l’acquisto, il trasferimento, la custodia e la vendita di notevoli quantitativi di cocaina proveniente direttamente dai predetti Paesi. Un’attività quella della gestione logistica della traffico di cocaina su scala mondiale in cui Tirana ha ormai sostituito i calabresi. Poi abbiamo i russi. L’allargamento dei confini dell’Ue ha accresciuto gli appetiti delle mafie russe.

Tale scenario annota la Dna ha rappresentato per le organizzazioni criminali russe un’occasione per espandere le proprie attività criminali lungo due direttrici: da una parte le attività illegali, quali il traffico di stupefacenti e di armi, il contrabbando di tabacchi e i reati predatori; dall’altra le infiltrazioni nelle attività imprenditoriali legali, attraverso il riciclaggio degli ingenti profitti delittuosi anche in Italia, attraverso appunto investimenti immobiliari, strutture commerciali e nei più famosi centri cittadini, a cominciare dalle località balneari. In pratica, stanno infiltrando l’economia italiana riciclando il proprio denaro. Poi ci sono i mafiosi cinesi. Il vero settore in cui si muovono i cinesi, però, è ovviamente quello finanziario: un ambito al quale si dedicano i colletti bianchi dei clan dagli occhi a mandorla, ormai completamente inseriti nel tessuto italiano. Recenti acquisizioni info investigative si legge sempre nella relazione sembrano confermare l’operatività, in tale ambito, della cosiddetta terza generazione, cui appartengono liberi professionisti ed imprenditori di origine cinese, nati in Italia, dediti a reati di natura economico-finanziaria. Attraverso tali figure professionali, la comunità cinese si conferma capace di operare anche nel reimpiego  di capitali illeciti per finanziare attività illegali e speculazioni lecite, quali l’acquisto di immobili, di esercizi commerciali e  di imprese in stato di dissesto, risanate con l’utilizzo di forza lavoro clandestina a bassissimo costo. Un’infiltrazione continua dell’economia italiana, un enorme giro di denaro che alla fine torna in madre patria. Gli investigatori,  però, hanno documentato come i cinesi utilizzino sempre meno i circuiti tracciabili per movimentare i propri capitali.  Poi passiamo alla mafia Nigeriana una della mafie meno conosciuta ma sempre più forte e feroce. Questa mafia si sta sviluppando con sempre maggiore forza nel centro- sud Italia. Questi clan africani stanno stringendo legami con la camorra e con L’Ndrangheta.

A dettare legge tra i clan africani ci sono proprio i nigeriani di Blak Axe, l’ascia nera, nata negli anni ’70 all’università di Benin City come una confraternita di studenti. All’inizio era una gang a metà tra un’associazione religiosa e una banda criminale, che stabiliva riti d’iniziazione e imponeva ai suoi affiliati di portare un copricapo, un basco con un teschio e due ossa incrociate, come il simbolo dei corsari. Adesso si è trasformata in una vera e propria piovra, con i suoi capi, i suoi affari e i suoi traffici protetti dalla più invulnerabili delle leggi: l’omertà. Quanto ai sodalizi nigeriani confermano gli analisti si tratta di gruppi fortemente caratterizzati dalla comune provenienza etnico-tribale dei suoi membri. Tali elementi garantiscono a ciascun sodalizio un’elevata compattezza interna che ne consente un’efficace operatività nonostante la ricorrente suddivisone in cellule, attive in diverse aree territoriali nonché il riconoscimento dei caratteri dell’associazione mafiosa in diversi procedimenti penali. Tali prerogative hanno consentito alla consorteria criminale di affrancarsi dall’assoggettamento ad altri gruppi criminali e di raggiungere una certa autonomia  nei traffici perpetrati, nonché di intrattenere proficui rapporti anche con la criminalità organizzata autoctona, come dimostrano alcuni recenti sequestri di hashish proveniente dal Marocco e destinato alle cosche ‘ndranghetiste  e ai clan camorristici. Ed in fine abbiamo i sudamericani. Le mini gang studiano da narcos. Questi sono formate da piccoli clan composti quasi  sempre da  giovanissimi.  Gang queste nate per emulare le gesta delle bande ispano-americane. Proliferano nelle periferie delle grosse città del Nord, dettano legge in intere zone dei quartieri in cui vivono,  finiscono sempre più spesso sulle pagine dei giornali per episodi cruenti. La presenza di soggetti provenienti dal Sudamerica si spiega nella relazione della Direzione AntiMafia è finalizzata principalmente all’approvvigionamento del narcotico, in particolare cocaina, a prezzi maggiormente competitivi, grazie ai contatti diretti con i fornitori nei Paesi d’origine. Le gang di periferia, insomma, hanno già iniziato a smerciare droga e dai quartieri più lontani puntano al centro delle città. I baby criminali, in pratica, sono pronti a trasformarsi nei narcos del futuro. Solo che non siamo a Medellin e nemmeno in Colombia, e questa non è una serie di Netflix: sono le periferie italiane dove alle mafie autoctone si sono ormai affiancate quelle di mezzo mondo. Il risultato è un cocktail esplosivo, un’internalozzazione del crimine che  parla mille lingue e non sembra conoscere argini. E questo continuo dilagare di gruppi criminali nel nostro paese va immediatamente arginato con decisione, con forza e con intelligenza. Non possiamo permettere che nessun tipo di mafia possa minimamente intaccare il nostro tessuto sociale più di quanto già non stia già facendo nel nostro Paese. Lo Stato deve con forza e determinazione combattere tutti i giorni mettendo in campo una seria e concreta  strategia per contrastare tutti i tipi di associazioni criminali e proprio su questo dovrebbe prendere spunto dalle idee che il Procuratore AntiMafia Nicolo Gratteri ha più volte lanciato alla politica che di contro non ha mai forse voluto prendere in considerazione e che invece avrebbe dovuto prendere visto la grande esperienza che ha maturato suo campo il Procuratore AntiMafia più famoso d’Europa. Anche noi cittadini onesti dobbiamo quotidianamente lottare per dare un aiuto concreto alle forze dell’ordine, alla Magistratura ed allo Stato in questa ardua lotta contro Ndrangheta e tutti i tipi di mafia.

Io Andrea Pasini che risiedo in un quadrilatero molto difficile in periferia di Milano tra i comuni di Corsico, Buccinasco, Trezzano Sul Naviglio, Cesano Boscone e Rozzano ci metto la faccia con nome e cognome perché, appunto, vivendo in un territorio difficile dove da tempo sono presenti  organizzazioni criminali come mafia, Ndrangheta e le organizzazioni criminali extracomunitarie più variegate di qualsiasi nazionalità vi dico che bisogna avere il coraggio di lottare Senza paura al fianco di chi tutti i giorni combatte queste organizzazioni come le forze dell’ordine e la magistratura perché solo dimostrando a questi criminali che la gente per bene non si fa sottomettere e che non ha paura si potrà estirpare questo cancro e vivere da uomini liberi a a casa propria.

Andrea Pasini- Trezzano Sul Naviglio 

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