Il Ticino, fiume generoso.. Ma non per tutti! Di Giuseppe Casarini

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    Nei secoli il Ticino con le sue acque, le sue sabbie, i suoi boschi e sottoboschi ha offerto e ancor oggi offre, salvo eccezioni, generosamente all’uomo doni preziosi quali: pesci, legname, selvaggina, ciotoli quarzosi,  fiori, frutta e oro. Tutti beneficiari ed anche i comuni mortali? No!

    Privilegi di concessioni, autorizzazioni, diplomi elargiti dai tempi antichi fino ad oggi hanno e favoriscono solo alcuni a dispetto della maggior parte.

    Per quanto riguarda, ad esempio, lo sfruttamento delle sabbie aurifere, “ la pesca dell’oro”, dopo l’epoca romana allora  prerogativa di Roma che si serviva dell’impiego di schiavi, era nel tempo gestito direttamente dalle Autorità dominanti e/o dato in concessione ad enti o operative locali.

    Così da un interessante libro “I tesori sotterranei d’Italia-Le Alpi”  di Guglielmo Jervis: “In tutto il fiume Ticino, dal Lago Maggiore al Po e relativa lanche, valli e martizze, esiste il diritto della pesca dei pesci e della sabbia a pagliuzze d’oro e d’argento ( oro argentifero) , e ciò per concessione del 1654 di Filippo IV re di Spagna, a favore del marchese Giovanni Pozzobonelli, diritto che già per sentenza del 1635 era dichiarato a favore della R. Camera. Al Pozzobonelli, per eredità e vendita, sono successi alla casa Clerici, i marchesi Arconati Visconti e Busca, il comune di Galliate ed il papa Urbano Crivelli, fondatore della soppressa abbazia di Santa Maria della Pace, in Magenta, ora dei nobili consorzi Crivelli.La competenza Clerici, consistente nella maggior parte di tutto il fiume, venne rivenduta ad enfiteusi perpetua a diversi, che ancora attualmente esercitano economicamente la pesca, e si estende dal Lago Maggiore al territorio di Galliate e Robecchetto con Induno, indi dopo Besate fino al Po”.

    Ancora oggi sono ben visibili in alcune campagne dei comuni rivieraschi del fiume  o al limitare di alcuni boschi del Ticino stesso cartelli con scritte “riserva di caccia e pesca”.

    “ In particolare il Parco del Ticino possiede tre Diritti Esclusivi di Pesca. Questi riguardano aree particolarmente interessanti ed idonee alla sopravvivenza delle specie ittiche che riproduce.

    •  Diritto Esclusivo di Pesca di Turbigo;
    •  Diritto Esclusivo di Pesca di Magenta;
    •  Diritto Esclusivo di Pesca di Vigevano.

    In quanto per la loro localizzazione geografica e la loro estensione questi diritti esclusivi rivestono un ruolo strategico nella gestione e nella conservazione dell’ittiofauna autoctona del Fiume Ticino. All’interno dei loro confini si ritrovano infatti tratti di Ticino e ambienti acquatici laterali al fiume di elevatissimo pregio naturalistico e conservazionistico, come il Ramo Delizia, il Ramo dei Prati, il Canale Nasino ed anche il Ramo Morto, il quale da anni è uno dei corsi d’acqua laterali del Ticino più ricchi di biodiversità, in particolare di specie ittiche pregiate.I diritti esclusivi di pesca vengono gestiti attraverso uno specifico Piano di Gestione, che prevede ripopolamenti di specie autoctone in declino.La pesca sportiva all’interno dei diritti esclusivi del Parco non è vietata, ma per poterla praticare bisogna essere in possesso, oltre che della regolare licenza, del libretto segnacatture (annuale o giornaliero) del Parco.”

    I poveri diavoli un tempo  meno oggi, volendo godere o fruire di questi “ben di Dio”,  a loro rischio e pericolo, allora talvolta con l’impiccagione oggi con multe salatissime, eran o sono costretti  costretti alla pesca di frodo o al bracconaggio.

    Con questo non si intende certamente perorare la causa dei frodatori e dei bracconieri in quanto il riferimento vale in particolare per i tempi passati dove nella campagne vivevano povertà e miseria, e spesso si era costretti per la cupidigia e la poca carità dei potenti ad essere trasgressivi!

     Come non ricordare quanto nel 1938 la poetessa Antonia Pozzi, nipote per linea materna, del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana  e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a, Bereguardo, annotava  sul suo Diario poco prima della morte? : “Ieri, sull’argine del Ticino, dove il fiume fa un’enorme ansa e la corrente si attorce in gorghi azzurrissimi, e ha subbugli, scrosci, rigurgiti improvvisi e minacciosi, sono rimasta per un’ora sulla riva in faccia al sole che tramontava, a chiacchierare con un guardiacaccia che fu al servizio del mio nonno e si ricorda della mia mamma e delle mie zie bambine. Ebbene: era un senso strano pensare che tutta questa smisurata terra, i campi coltivati da Motta a Bereguardo, e i boschi della riva, dal lido di Motta fin giù al ponte di barche, con i diritti di pesca, di caccia, di cava d’oro persino, erano proprietà unica dei miei antenati. Io non so che cosa pagherei per potermi costruire qui, in vista del Ticino, due stanze rustiche e venirci a stare; le mie radici aristocratiche non le sento molto, nemmeno qui, ma le mie radici terriere sì, in modo acuto e profondo, e gli uomini dietro l’aratro mi incantano, non solo per un senso di armonia estetica”.

    Giuseppe Gianpaolo Casarini

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