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Il subcomandante Marcos (Baghdatis), di Teo Parini

 

Marcos Baghdatis ha detto che può bastare così. Certo, i problemi della vita sono altri, ma tennisticamente parlando l’assenza dal circus del cipriota, che a definire sui generis si sbaglia per difetto, sarà una brutta perdita per chi allo sport chiede, più che i risultati, l’unicità. E che Marcos fosse unico non lo scopriamo certo oggi che ha da poco perso l’ultimo match di una carriera lunga quindici anni, spesa – sorridendo – alla ricerca di sé e della soluzione a quei limiti spesso invalicabili che, se da una parte gli hanno negato i trofei più prestigiosi, dall’altra lo hanno appiccicato al cuore della gente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando poco più che ventenne Baghdatis raggiunge la finale degli Australian Open, anno 2006, il mondo del tennis, capitanato per l’occasione dagli esteti più intransigenti, è convinto di aver trovato un rappresentante del bello destinato a lasciare un segno indelebile sugli almanacchi. Quella partita finirà per perderla da un Federer nel suo quarto di secolo migliore, dunque imbattibile, ma la conferma nel successivo Wimbledon, quando a stopparlo in semifinale è un giovane ma già devastante Nadal, ne certifica lo status di assoluto protagonista. Marcos ancora non lo sa, e gli aficionados nemmeno, ma in termini assoluti quella stagione potenzialmente di lancio rappresenterà contro ogni previsione un apice mai più esplorato dall’istrionico isolano. Che, indipendentemente da ciò, continuerà per tre lustri, con i suoi modi pigri e nei suoi tempi conseguenti, a dipingere tennis griffato.

Diversi i motivi. Depositario di un tennis di contrattacco, figlio di piedi che si muovono alla velocità del suono e di un timing sulla palla di agassiana memoria, Baghdatis ha dovuto scontrarsi nella sua vita agonistica con tre agguerriti avversari: la salute, la follia, la tavola. Troppo. Centosettantotto centimetri per un peso variabile, ahilui, verso l’alto, Marcos non ha avuto dal fisico il supporto che il professionismo esasperato richiede quale imprescindibile balzello. Leggenda narra infatti che, uno per uno, ogni segmento corporeo abbia finito per presentargli il conto. La schiena, l’anca, il ginocchio. E così, a traiettorie costanti e redditizie, ha sostituito suo malgrado percorsi di vita sportiva sinusoidali. Un giorno su, l’altro giù, inseguendo la salute e assecondando la psiche ballerina propria degli artisti, un po’ naif e un po’ maledetti. Il risultato – che conta davvero il giusto, cioè nulla – è un palmares consuntivo che, sprezzante di una forma abbacinante di talento, annovera ‘solo’ quattro titoli nemmeno così prestigiosi del circuito maggiore e un best ranking fissato al numero otto. Poco per la manualità sopraffina, il giusto considerato il tutto.

Baghdatis appartiene a quella ristretta cerchia di tennisti dediti al furto del tempo, quelli, in altri termini, sospinti dal mantra per il quale se non puoi colpire più forte degli altri allora colpisci prima. Illusionista, Marcos ha saputo coniugare il classicismo delle geometrie pitagoriche alla frenesia del controbalzo, il tutto senza schemi o tattiche predefinite ma figlie predilette di istinto e improvvisazione. Un tennis di sensazioni forti e nostalgia, dunque, in un’epoca stereotipata e progressivamente destinata a imbruttirsi anche, forse soprattutto, nei suoi esponenti di vertice. In buona sostanza, una manna dal cielo.

Amarcord. In fondo quel giorno a Melbourne, mentre il mondo lo osservava dilaniare in sequenza quattro racchette durante un cambio di campo assai turbolento, lui avrebbe voluto riderci su, e invece si sforzava di esibire una rabbia che non gli apparteneva. Marcos è fatto così, anima non convenzionale per eccellenza. “Non vorrei essere ricordato per quell’episodio così poco educativo per i ragazzi” avrà modo di dire poi, dimostrando la maturità che nessuno si sarebbe mai sognato di negargli. Impulsivo doc ma buono, pertanto amato. Nella buona e nella cattiva sorte.

Baghdatis, appartenente a una terra che pare abbia dato i natali alla dea dell’amore, ha realmente amato il tennis nella sua accezione migliore e pertanto scevra, per quanto possibile, dall’ossessione per il risultato, ridotto sapientemente alla stregua di un marginale effetto collaterale. Chiunque imbracci una racchetta lo fa ovviamente per prevalere, trattandosi di una inequivocabile manifestazione d’agone, ma per Baghdatis il leitmotiv è ben riassunto in un concetto ripetuto più e più volte. “La maggioranza dei colleghi – disse – è sempre troppo focalizzata sulla vittoria e invece il tennis dovrebbe essere essenzialmente un divertimento”. Come dargli torto.

Se allora Baghdatis non ha mai patito eccessivamente per una sconfitta, la noia, al contrario, lo ha sempre preoccupato, al punto da rifuggerla dentro e fuori dai playground con tutto sé stesso. Di rimando, seguendolo nel suo percorso casuale almeno quanto la sua invidiabile tattica di gioco, nemmeno noi – grazie a lui – ci siamo mai annoiati. Vien da sé che ne sentiremo la mancanza.

Buona fortuna, Subcomandante.

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