Il silenzio composto degli orientali. Di Laura Giulia D’Orso

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    La miglior partita di questo luglio non si è svolta durante i mondiali ma è stata giocata in un paese lontano da undici piccoli giocatori in maglia rossa e da un allenatore, anche lui ragazzo, che dalle radici della loro filosofia e religione hanno preso in mano la propria vita ed il proprio destino.

    10 luglio 2018, hanno vinto tutti, i soccorritori in primis ma anche quel gruppo di ragazzini magri e sorridenti che, avvolti da teli argentei, hanno rassicurato i parenti. Il pensiero orientale, la contemplazione, la concentrazione e la meditazione, il silenzio composto di chi ha aspettato per giorni. “Non sono domande sagge da farsi” rispondono a chi chiede come stanno o i loro nomi. Si sa solo che li hanno salvati tutti e sono stati portati all’ospedale per cure e controlli. La loro cultura parla per loro.

    La grotta di Tham Luang non è lontana dal centro abitato ma si trova comunque in una zona dove tutto è più difficile.  Per diciotto giorni hanno bevuto acqua piovana, mangiato probabilmente insetti e pipistrelli e leccato le pareti di roccia ricche di sali minerali come ha consigliato quel piccolo-grande uomo di 25 anni che chiamano coach Aek che lì in quelle viscere, li ha condotti, e lì nell’incubo, li ha rassicurati nel buio delle grotte, nel silenzio delle profondità.

    Ha rinunciato alla parte di provviste che gli spettavano per darla ai più piccoli. E, nel tentativo di alleggerire l’ansia che li attanagliava anche più della mancanza di ossigeno, ha insegnato loro l’arte della meditazione appresa nella sua vita di monaco, si racconta, interrotta tre anni fa per accudire la nonna malata che lo aveva allevato perché orfano di entrambi i genitori. Nulla può cancellare la sciocchezza di aver portato i ragazzini all’interno di una grotta, ma tuttavia, nulla si può aggiungere alle sue scuse pubbliche come solamente gli orientali sanno fare nel riconoscere i propri errori.

     

    Laura Giulia D’Orso

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