Il riso, dono di Dio. Cronaca di una magnifica serata a Morimondo. Di Emanuele Torreggiani

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    Giovedì sera abbiamo partecipato a ‘Il Riso, dono degli Dei’, iniziativa organizzata da Parco Ticino, Gabriele Corti di cascina Caremma e ristorante Il filo di Grano e il grande Pietro Leemann, chef stellato del ristorante Joia. Con loro, lo storico Mario Comincini. Ecco il racconto della serata nelle parole del nostro ET.

     

    Fasciata nel lutto da lustri di vedovanza strinante la viva rosea carne in arcaica cenere, ella, ritta in quell’impiedi fragile e minuto di patriarcale vecchiezza, traguardando l’intorno verdeazzurro di acque a specchio del cielo e di erbe smeraldine, circonfusa fin dove la cataratta consente il miope sguardo, avrà esclamato, in un ritorno di virginale meraviglia, “questo è il mio mare”. Paga dunque di ogni battigia mai vista nell’arco di sua vita. Risaie per l’ovunque in questa plaga di pianura irrorata dal fiume azzurro che scorre e scorre e va, in eterno. Aironi planano silenti, sovrani nella caccia minuta, perfetti da quel verbo che fu luce. Nel fondo cretoso di acque stabilite carpe pattugliano con occhio giaguaro.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Per l’ovunque si tace. Tra le geometriche distese asfalti e auto smarrite. Giunchi alla brezza serotina che intona violaciocca alle colline tutte d’oltrepo pavese. Impiantata lì, ad archetipo del disegno divino, tacita l’abbazia abbraccia. Morimondo. In quella luce il paesaggio a corona è l’infinito stesso. E i tutti che ne godono siano debitori a così pochi. Monaci. Collimazione di due verbi: ora et labora. L’umiltà della tonsura. Il capo chino. Ricondotto il fiume all’alveo antropico, terre stabilite, agrimensori di appezzamenti. E in quell’andare ramingo che in ogni uomo alberga, sia in veglia che in sonno, dall’oriente il candido chicco impiantato a surrogato di frumento.

    E fu “il mio mare”. Monaci. Perduta ogni polvere d’ossa, l’impianto impone a colpo d’occhio la posa del tempo: immoto. Nel plateatico retrostante l’abbazia tavoli imbanditi. Mario Comincini, gran signore di storia, illustra in sintesi il tempo profondo di questa cultura, nell’aurorale accezione, e nobilita ogni commensale di una plaquette di consustanziale dottrina ed eleganza: “Le origini della coltivazione del riso nel milanese e la sua diffusione lungo il Naviglio grande”, Morimondo, 14 giugno 2018, anno Domini si può scrivere dentro la prospettiva di Morimondo. Campeggia in copertina lo splendido bianco e nero, i colori che l’anima trattiene, stampato in nitido contrasto, di sei mondine, sfrontate nell’età del tempo e magnifiche nella fatica del lavoro che Giuseppe de Santis affresca richiamando Michelangelo Merisi detto Caravaggio in Riso Amaro. Indimenticabili. E i commensali, ciascuno chino al desco, assaporano, per cucina di Pietro Leemann  l’essenza del riso, sovrintendono Gabriele Corti e cascina Caremma.

    Emanuele Torreggiani

     

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