Il rapporto Istat 2017 ‘fotografa’ l’Italia, di Mariarosa Cuciniello

    143

     

    È stata presentata nei giorni scorsi a Roma, dal Presidente dell’Istat Giorgio Alleva, la ventiseiesima edizione del Rapporto annuale sulla situazione italiana. Il Rapporto Istat offre sempre un ritratto approfondito e aggiornato del nostro Paese dando chiavi di lettura delle principali dinamiche che investono il futuro dell’Italia. Lo scenario che viene illustrato serve soprattutto alla classe dirigente nazionale (e non solo) per dibattere su temi cruciali dell’economia e della società e per individuare strategie di intervento mirate a dare risposta ai problemi e alle istanze dei cittadini.

    Vediamo in breve quali sono le principali questioni che il Rapporto Istat mette in evidenza:

    Il saldo migratorio: al 1 gennaio 2018 si stima che la popolazione italiana ammonti a 60,5 milioni di residenti, con un’incidenza degli stranieri dell’8,4% (5,6 milioni). Nel 2017 in Italia si registrano 184.000 stranieri in più.

    Il declino demografico: la popolazione italiana diminuisce per il terzo anno consecutivo. Le nascite sono in calo da 9 anni. La dinamica è riconducibile alla riduzione del numero di donne in età feconda. Da Rapporto emerge inoltre che l’Italia è il secondo Paese più vecchio del mondo dopo il Giappone: 168.7 anziani ogni 100 giovani.

    Le reti e il lavoro: secondo il Rapporto, la dote familiare in termini di beni economici ma anche di titoli di studio e attività dei genitori è ancora fattore determinante per avere successo nello studio e nel lavoro: solo il 18,5% di chi parte dal basso si laurea e il 14,8% ha un lavoro qualificato. Per quanto riguarda la ricerca del lavoro, il 32.8% dei laureati trova lavoro inviando curriculum o attraverso inserzioni, mentre il 24.3% attraverso canali informali.

    Mercato del lavoro: da Rapporto la ripresa del mercato del lavoro iniziata nel 2014 è andata consolidandosi solo nel 2017 con un aumento di occupati di 284.000 unità sul 2016 a fronte dei 324.000 in più registrati nell’anno precedente.  Prosegue per il 4° anno consecutivo l’aumento del tasso di occupazione, che si attesta al 58,0%, prossimo al dato del 2008. Cresce anche l’occupazione femminile, ancora però inferiore di 13 punti rispetto a media UE. Il monte ore lavorate nel 2017 ha raggiunto quota 10,8 miliardi di ore, ormai vicino al recupero del livello pre-crisi (11,5 miliardi nel 2017). La dinamica salariale invece è rimasta contenuta con le retribuzioni contrattuali per dipendente cresciute solo dello 0,6% in linea con il minimo storico registrato nel 2016. Guardando i settori produttivi, nel 2017 quasi il 90% della crescita dell’occupazione è concentrata nei servizi. Gli occupati aumentano nell’industria in senso stretto mentre il settore agricolo registra un calo dell’1,4%.

    Tasso di disoccupazione: nel 2017 il numero di disoccupati è diminuito del 3.5%, rafforzando la contrazione già segnalata nel 2016. Questa tendenza è rispecchiata nella contestuale diminuzione del tasso di disoccupazione, passata dall’11.7% del 2016 all’11.2%.  Per il quarto anno consecutivo si riducono gli inattivi tra i 15 e i 64 anni, che nel 2017 sono sotto i 13,4 milioni. I giovani tra i 15 e i 29 anni non occupati e non in formazione (Neet) scendono sotto i 2,2 milioni. Dopo il forte calo registrato nel 2016, la diminuzione è più debole nel 2017 (-25 mila, -1,1%), alimentata in gran parte dalle donne. Il segmento più numeroso tra i Neet è comunque costituito da persone in cerca di occupazione (898 mila persone, il 41,0% del totale).

    La dinamica dei prezzi: l’inflazione torna positiva (+1.3%) dopo tre anni di stagnazione. In aumento i prezzi dei beni energetici (+4.5%). L’inflazione di fondo resta contenuta (+0.8%).

    Crescita del Pil: +1.5% in volume. Crescita contenuta dalle componenti interne di domanda. Fiducia di famiglie e imprese mostrano segnali positivi.

     

    Mariarosa Cuciniello

    (Fonte: www.istat.it)

    Articolo precedenteIl governo che verrà, l’Europa e l’arte del gufare
    Articolo successivoDa Regione Lombardia 6 milioni di euro per i padri separati