Il Parlamento

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    Chiedo, cortesemente ai miei lettori, che so essere migliaia, e mi onora, di leggere le due parole: urbi et orbi, sottovoce. Di coglierne la circolare perfezione del significato. Alla città e al mondo. Dove la città è il mondo ed il mondo è la città: una ciclicità di matrice solo divina. E questa città è Roma.


    Ora, ed in breve, il prossimo marzo. Roma vedrà la calata dei neo parlamentari, grosso modo quattrocento che mai hanno calcato il sampietrino cesareo. Fuoriusciranno dal serpentaro Frecciarossa, seduti rigorosamente in seconda, coperti dei fagotti monoprezzo per rientrare poi in abiti da after eight.
    Roma si appresta alle prossime idi, che non passeranno alla storia, tutt’al più alla cronaca.
    Un parlamentare di lungo corso, di quella nobiltà di sangue campano che ha drenato nei secoli ogni effervescenza e dal rango avvocatile ereditario che conduce ad un cinico realismo stemperato di grazia, mi ha, generosamente lui, letto l’oroscopea prossima ventura. Un incontro giocato sulla casualità, segno della leggiadria con la quale egli affronta la vita nella consapevolezza profonda ed infine misteriosa. Ah Emmanué, stanno ad agità senza contezza. Emmanué, mio nonno fu senatore del regno. Erano Savoia, comunque sia tenevano la corona benedetta, la ferrea, benedetta dal miracolo sui barbari. I longobbbardi, te lo sillabo con tre b. E si segna, padreefiglioespiritosanto. Tu lo sai. Tu sei stato tante volte a Roma in marzo. Lo splendore di Dio. È primavera dove lassù, ancora a voi, governa l’inverno. Le bouganville a Roma sono in pieno fiore. L’aria azzurra ti prende per mano. E nel nitore del lungo tramonto Roma è un trionfo di campane e tutta la città riluce d’oro e sciamano ai conventi le giovani suore che camminano lievi come angeli e a branchi le americane ridono dei tritoni che eruttano acque. E così, in questo teatro del mondo che è tutto il mondo e sarà tutto il mondo finché il mondo sarà il mondo, arrivano i nuovi domestici in capo ai loro cacicchi. Ecchessaràmai. Roma. Il Parlamento. Neo deputati, neo senatori… Arrivano co’ le pezze al culo come ha dà dì la mia governante. Nutriti di quella rabbia dei galeotti che alla prima uscita si squaglia indentro la fica. Ecchediamine. Vengono accolti da un questore capo che l’altro ieri li pigghiava a calci inculo. Per le foto di rito s’accomodano a barba e capelli, aggratis. Gli consegnano carta ferroviaria e carta areoviaria e carta autostradale e carta telefonica e se vuoi, un anticipo sul primo stipendio. Cinquemila accreditati in banca o millenovecentonovantanove all’impronta in mano. Vedo le mani che ancora appiccicano della sporcizia dei mezzi pubblici. Carta piegata dentro il palmo, come i quaranta danari. Il Vangelo, Emmanuè, la verità. Poi s’azzardano al Transatlantico. Mai ebbero a videre una palladiana perfetta tirata a piombo. Riluce. Brilla e scintilla. Gli spezza il fiato loro abituo che strascina piedi su piastrelle ceramica o imitazione ceramica dei loro tuguretti ammorbati dalla caldaia che va a pillole di alberello.

    Non un velluto sdrucito, non un tavolino a zoppia, non un granello di polvere, che noi, noi l’Italia, non siamo una grande potenza né mai lo fummo, ma siamo e lo saremo, per sempre, finché Roma, un grande paese. E laggiù, mentre i loro occhi perimetrano la rabbia covata, focalizzano la buvette. Una maestà di tramezzini e leccornie mai godute da generazioni in una signoria di camerieri in giacca candida. Gamberetti e coppa bianca. Due euro, se gliela togli questi ammazzano le figlie. E poi chetticredi, amico mio, che ancora questi sarebbero quelli che si dimettono il giorno dopo, ché non c’è il governo che gli avevano detto che avrebbero fatto. Me i domestici dopo tre giorni di Roma si credono padroni e sono la polvere. La polvere del foro. Se gli togli lo scranno, il simulacro dello scranno, cannibali si danno. Emmanuè, il governo c’è già. S’aggiusta. Eppunto. Ammico mio. Viennimmi a trovà per quanto ti pare. Tu, Emmanuè, sei più terrone di me. Nero su nero non stinge.

    E.T.

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