Il Migliore.. in sala. Vita, gloria e morte di Marco Pantani- di Teo Parini

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“A Campiglio la Madonna non c’era, mi hanno fregato”.

Così scriveva sul muro della sua cameretta Marco Pantani – a ricordarlo è mamma Tonina – quando la vita del Pirata aveva già preso una piega nefasta e irreversibile.

Infatti, morirà da lì a poco, nel peggior giorno di San Valentino che si ricordi, solo in una camera d’albergo che di nome, per ironia della sorte bastarda, faceva Le Rose.
Proprio in questi giorni, i Pantani days per i tifosi, al cinema è stato possibile vedere ‘Il migliore’, un documentario diretto da Paolo Santorini e prodotto da Okta Film con la collaborazione di Rai Cinema e Fondazione Marco Pantani incentrato sulla vita del romagnolo. A distanza di quasi un ventennio dalla prematura scomparsa, dopo decine di libri pubblicati e qualche produzione cinematografica, che peso può avere – ci si potrebbe dunque domandare – questo ennesimo lavoro? Cosa può aggiungere?
Molto.
Perché dai racconti appassionati di chi non gli ha mai voltato le spalle, e fortunatamente furono in tanti, esce con forza granitica il ritratto del ragazzo che non abbiamo avuto l’interesse o l’umiltà di conoscere, abbagliati, così come eravamo, dalla luminescenza dell’atleta. La pellicola, quindi, regala finalmente più spazio all’uomo di tutti i giorni, del quale essere campione non è che una delle tante sfaccettature di una personalità policroma: troppo sensibile per non essere fragile, troppo genuina per non finire nei guai. La fatale crepa nella corazza entro la quale si sono infilati gli squali che infestano una società, resa cattiva e inospitale, per tornaconto personale.
La vita di Marco, in tal senso, è il paradigma di questi tempi. Essere inviso ai padroni, per qualsivoglia motivo e chiunque essi possano essere, significa dover sostenere una lotta impari, dove a perdere è sempre chi sta dalla parte giusta della barricata. Dopo l’inganno dell’esclusione dal Giro d’Italia del 1999, quando deliberatamente e in circostanze ancora da chiarire decisero di uccidere l’atleta capace di elevare il ciclismo su pianeti inesplorati, su Pantani si scagliano sette Procure come nemmeno sul più efferato dei criminali e tre diversi sono i processi a suo carico per frode sportiva. Risultato, due tribolate assoluzioni e un terzo finito in archivio, ma solo perché nel frattempo la sopraggiunta morte ribalta la scrivania con tutti i faldoni sopra.
‘Il migliore’ ha così il pregio di ricordare due cose. Che i giornalisti di regime possono trasformare parole in proiettili, dunque uccidere, e, ciò di cui più si sente il bisogno, che nessuno muore finché resta nel cuore di chi gli ha voluto bene. Gli amici di un tempo hanno tutti qualche capello bianco in più e il viso solcato da rughe acuite dal ricordo ma, a sentirli parlare di Marco a distanza di anni, pare che le lancette del tempo si siano fermate e che, in realtà, le ingiustizie sportive, la droga e l’epilogo di lancinante dolore siano solo il brutto sogno dal quale non vediamo tutti l’ora di svegliarci.
Invece Pantani, quello che, parafrasando l’immenso Jannacci, andava in salita come fosse in una gita, non c’è più. Era solito ripetere che ogni scalata l’avrebbe ultimata il più in fretta possibile, per abbreviare l’agonia. Pensavamo ingenuamente, inebriati da una forma di talento epocale, alludesse alle pendenze tangibili, quelle che si inerpicano sotto le pedivelle nelle giornate tinte di rosa. Ci sbagliavamo: a tormentarlo erano ovviamente quelle dell’anima e non averlo compreso fino in fondo, non essere stati una confortevole scialuppa di salvataggio ci rende tutti un po’ colpevoli, oltre che tristi.
‘Il migliore’, in definitiva, è in ogni caso un sollievo. Una carezza e l’incoraggiamento a dare di noi stessi la più autentica versione possibile. Perché poche cose contano nella vita quanto incontrare inaspettatamente un amico che ha segnato la nostra crescita dopo un lungo viaggio.
E le due ore spese al cinema con gli occhi lucidi ci restituiscono Marco per ciò che è: un pezzo di noi.
Nell’attesa che giustizia smetta di essere solo un’insipida parola.
di Teo Parini
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