L'Editoriale

Il marittimo

Allora ieri sera, ma era già notte fonda, sono andato da lui. Il marittimo che svetta oltre i quindici metri. Ho poggiato la mano sul tronco rugoso e profumato di resina e gli ho detto, carezzando le scaglie, che sarebbe stata la sua ultima notte. Avevo dieci anni quando ti ho piantato qui. Eri alto come me. Ti ha messo nella terra mio padre, defunto. Fu il primo albero, dei tanti, che piantò. Gli ultimi sono ulivi, quando nacque suo nipote, mio figlio, che ora ha quattordici anni e l’altro per mia figlia che ne ha dieci. Quando piantò l’ultimo era già molto avanti e guardava già lontano, più lontano di quanto non si veda. E volle farlo da solo. Scavò, con il suo tempo, e pose il fuscello. L’inverno del primo anno lo coprì alla t radice con della paglia, per il gelo. Quando avrà cinque o sei anni andrà da solo, disse, proprio come un bambino ma se gela a lungo coprili alle radici e sino a metà del fusto. Non morirebbero ma soffrirebbero molto. E l’ulivo è sacro. Come la vita del resto.
Non è che noi si parlasse molto. Non ho mai chiesto perché un marittimo, molti anni dopo, quando svettava sui dieci metri parlò dello sbarco degli americani ad Anzio e dei marittimi inceneriti dagli spezzoni incendiari. Così questa mattina, sul presto sono arrivati con una gru per abbatterlo. Ho chiesto di salire per poterlo vedere dall’alto. E mentre ero nel cestello, ho sfiorato la chioma pungente dove sempre lo scoiattolo scorazza, mi è tornata in mente una riga di Cèline, dal Voyage: quest’albero ha l’ampiezza dolce e la vastità dei grandi sogni. Quarantasette anni per vivere e un paio d’ore per finire, senza un gemito. Spogliato dai rami, cadevano in un fruscio sibilante, è rimasto il possente tronco poi segato sino al piede. Là dov’era, ora un aria silente. Così come quando muore uno di noi.
Emanuele Torreggiani

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