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Il grande e irripetibile Circo Barnum di Luigi Oruboni, quando Magenta era una succursale di Las Vegas

Tra nani, ballerine, elicotteri e tavole da 200 persone

 

MAGENTA – Delle tante memorabilia di valore che Luigi Oruboni sfoggiava nel suo negozio-atelier di via Roma, e che visitavo sempre con grande piacere negli anni Novanta, ne ricordo soprattutto una: un biglietto di cartoncino elegantissimo, posto in un riquadro in legno, con impresso in sfolgorante inchiostro d’epoca l’indirizzo del negozio di suo padre, gioielliere in piazza Marconi ad Abbiategrasso nella prima metà del Novecento. Era il segno che la famiglia Oruboni veniva da lontano. I suoi ricordi trasportavano la folta umanità che lui stesso ricercava con insistenza, fatta di gente d’ogni risma e foggia, a un’epoca doro, la sua fanciullezza, che per tutta la vita Luigi Oruboni ha cercato di far rivivere.

In ciascuna delle imprese extra lavorative in cui si lanciava, con una generosità da ragazzo, metteva una tale forza da trasformare tutto quello che realizzava o contribuiva a realizzare in un circo Barnum, rutilante e scintillante. Nei primi anni Novanta celebra le gesta del due volte campione del mondo di ciclismo, Gianni Bugno: tavolate infinite al Garden di Boffalora, squilli di tromba e rulli di tamburi (e cene pagate da lui, se non per tutti almeno per tanti, compreso chi scrive, giovane cronista che si abbeverò parecchie volte alla fonte munifica ed oruboniana).

Poi venne il calcio, altro grande amore. Nel 1996 intercedetti presso di lui per sponsorizzare una squadra di amici al torneo serale di Robecco, alla fine la ‘Gioielli Oruboni’ vinse il torneo e lui ci invitò tutti a cena, a Milano, dove occupò una intera sala del ristorante Biffi in galleria Vittorio Emanuele. I suoi spazi, quelli della grande borghesia opulenta del nord.

Chiese a tutti i giocatori di indossare una t shirt bianca con la scritta Oruboni Gioielli in oro; c’era anche Gianpaolo Testa, con lui una miss magentina che lavorò per anni al giro d’Italia. Una sventola pazzesca. Che serata leggendaria..

Fu allora che gli venne in mente di sponsorizzare il Concordia calcio, che grazie a lui ebbe in dotazione palloni e magliette in numero simile a quello su cui poteva contare il Real Madrid. Volle persino organizzare un triangolare con la Nazionale Magistrati, con tanto di elicotteri (c’era anche il ben noto Felice Casson) e majorettes, una sorta di Silvio Berlusconi all’Arena di Milano nel 1986. Anche quel pomeriggio, era sabato, nani ballerine e cena per 300 invitati alla Barcella di Casterno. Tutto a libro paga, il suo.

Non era un uomo facile, Luigi Oruboni. Era un gaudente, che amava circondarsi di amici. Un mercoledì sera mi chiamò dopocena, mi offrì un caffè a Robecco e mi fece fare un giro sulla sua nuovissima Rolls Royce fino a Corbetta, dove andammo a trovare dei suoi (esterrefatti) parenti. Facemmo tutto il viaggio a 25 all’ora,  non ho mai capito perché..

Sul parco auto, sterminato, molti hanno già detto e riportato tutto quello che c’era da riportare. Io ricordo quando si divertiva a girare con una Panda, credo di ricordare gialla..

La morte di sua moglie, dopo anni di malattia, fu per lui un colpo durissimo. Una donna che, anche se prostrata dal male, si presentava sempre elegantissima ed abbronzata.

Fu generoso con molti, forse con troppi, seppure a modo suo. Ricordo una sera in cui, sempre al bar di Robecco, mi chiese cosa ne pensassi dell’idea di vendere un appartamento che aveva in piazza Ducale a Vigevano per finanziare il Concordia…)))

Gli ultimi anni sono stati per Luigi Oruboni una lenta e forse troppo dolorosa agonia. Erano lontani i tempi dei nani, delle ballerine, degli astanti interessati o meno, della corte dei miracoli. Che personaggio, Luigi Oruboni. Un’estate, il 1998 o giù di lì, ricordo che lo vidi mentre mangiava di gusto un gelato fuori da Regazzi, in via Garibaldi. Mi chiamò e venne fuori con un fulminante ‘Provera, secondo lei dovrei comprare una gelateria? Mi sembra una buona idea’, ed io a tergiversare con un ‘non credo signor Luigi, lei è già un grande commerciante”.

Provava affetto per me, credo (anche) dovuto al fatto che mio nonno Mario Perego, commerciante e maschera della quotidianità robecchese nel Dopoguerra, andava assieme a suo padre al casinò di Sanremo. Non aggiungeva altri particolari..

Luigi Oruboni rendeva possibile qualsiasi follia: un giovedì mattina mi intercetta davanti al comune di Magenta, erano le 11, e mi chiede ‘Provera, ha impegni a pranzo? La porto in elicottero sulla mia montagna, sopra Como, le devo parlare..’. Fosse passata di lì un’ambulanza, l’avrebbe caricato all’istante. Andammo a pranzo in elicottero e mi fece vedere questo immenso ristorante, un tempo di suo padre, dove stava organizzando la festa sontuosa per un generale della Guardia di Finanza. Fece arrivare una banda da 50 elementi, invitò 200 persone, una domenica a pranzo, e il Generale non si presentò neppure..

Ma tutti quanti lo conobbero, e lo frequentarono, potrebbero raccontarne altrettante, di follie. Lo vedemmo l’ultima volta a settembre, credo fosse il 2013 o 2014, seduto ai tavoli di Imerio Castiglioni, sotto i portici. Gli offrimmo un caffè, forse la prima e unica volta in cui pagammo di tasca nostra in sua presenza. Aveva gli occhi spenti, il viso contratto e atterrito, aveva perso il sorriso e la scintillante ‘joie de vivre’ degli anni ormai passati. Per sempre. 

Ma nulla potrà mai stingere il ricordo dell’uomo, classe 1930 ma di fatto eterno fanciullo, che trasformò Magenta e il Magentino in una succursale di Las Vegas. Avesse potuto, avrebbe preso una teca con dentro dei pinguini piazzandola in via Roma, come succede ancora oggi al Flamingo, l’hotel casinò ideato dalla mente geniale di un altro grande viveur: Benjamin ‘Bugsy’ Siegel.

A buon rivederci e grazie di tutto, signor Luigi.

Fabrizio Provera

 

 

 

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Redazione Ticino Notizie

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