Il funerale negato a Zanza, più osceno dei suoi peccati- di Stefano Zurlo

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    C’è da stropicciarsi gli occhi. Diciamolo subito: per molti di noi non è stata scandalosa la sua vita alla Casanova, ma è uno scandalo che la chiesa – o meglio, un paio di parrocchie di Rimini – gli abbia negato i funerali.

    Maurizio Zanfanti, in arte Zanza, latin lover dai numer prodigiosi, è stato un simbolo, un marchio, una bandiera. Apparteneva all’epica romagnola, come il Grand Hotel e Fellini, ed è un peccato che questa pagina sia stata strappata come fosse carta straccia. La questione è personale, ma investe l’intera collettività. «La Chiesa – spiega Andrea Bettetini, ordinario di Diritto canonico ed ecclesiastico alla Cattolica di Milano – nega i funerali al peccatore pubblico e notorio. La formula latina dice proprio cosi: peccator manifestus. Oggi, con il dilagare di una mentalità più permissiva e con l’affievolirsi del senso di colpa in tante situazioni, certe rigidità appaiono meno comprensibili di sessant’anni fa quando la morale era scolpita come i dieci comandamenti».

    Oggi, e non è relativismo, certe sottolineature suonano più astratte, altre colpiscono invece come un fulmine il cuore e la testa dei fedeli che poi formano la società. Oggi l’altalena dei comportamenti umani, sempre in movimento, si ferma ad altre stazioni. Oggi, in una società sempre più liquida e in cui la famiglia tradizionale fatica a sopravvivere, le prodezze amatorie rischiano di passare inosservate o vengono catalogate come un fenomeno di folklore. Oggi è altro a suscitare l’indignazione: la pedofilia, ancora di più quando a macchiarsi di comportamenti vergognosi sono i preti, o l’appartenenza alla mafia. Con il suo carico di violenza che ha spinto i papi contemporanei, a partire da Wojtyla, a tuonare con parole durissime. L’ha spiegato anche Bergoglio di ritorno dai Paesi baltici: quel che prima veniva tollerato non lo è più. Viene denunciato e suscita rabbia, sconcerto, smarrimento. Allo stesso modo, il sentimento popolare, anche dentro il sacro recinto, non condanna più con la riprovazione di una volta quel che oggi è normale. O quasi. Anche se non dovrebbe esserlo.

    Non si tratta naturalmente di assolvere per assolvere, di tirare a campare, di fingere, o peggio, di adeguarsi a mode che poi, chissà, tramonteranno a loro volta. No, si tratta di sgranare gli occhi sul mondo, di cogliere i segni dei tempi, insomma, paradosso, di non dare scandalo al contrario, perché si è perso il contatto con la realtà. «Il canone 1184 considera il peccatore anche in rapporto alla comunità – prosegue Bettetini – Dunque, se questa persona ha scandalizzato i fedeli per una vita, allora il no al funerale diventa molto più forte. Ma se non è così, meglio pensarci due, anzi tre volte prima di bloccare la cerimonia. Molti casi oggi sono dubbi, con un certo margine di discrezionalità, e in caso di dubbio l’ultima parola deve spettare al vescovo».

    Qualche giorno fa il funerale in chiesa è stato negato ad un mafioso. Un gesto molto netto, di grande impatto sociale e dal valore educativo. Difficile riconoscere gli stessi valori per il playboy di Rimini («In quella chiesa vicino casa era stato battezzato e cresimato», ricordano i familiari) che in fondo era per tutti un talismano. L’esuberante manifestazione di una grande capacità di attrarre i turisti, di coccolarli, di sedurli, appunto. Trasformando l’estro romagnolo in business e benessere. Meglio, con rispetto parlando, occuparsi di altro e altri. Il rigore lo si indirizzi altrove, dove bruciano le fiamme dell’ipocrisia, della menzogna, dello sfruttamento, anche sessuale, dei più deboli. Un briciolo di misericordia, un pizzico di indulgenza per l’uomo che faceva sognare le donne. Anche se i suoi erano castelli di sabbia.

    Stefano Zurlo

     

     

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