Il dolore della Madonna

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    Lui non sa cosa vuol dire. Lui è l’interlocutore della donna che sta parlando. Sono seduti ora sotto il portico della piccola casa, davanti la riviera del giardino lasciato ad erba, ancora qualche ape ronza tra due campanule bianco carminio. E di cuore sincero non lo auguro, non lo auguro a nessuno. Scuote il capo dai capelli radi. Il corpo asciugato. Pelle e ossa. Accomoda lo scialle alle spalle, a coperta. È andata giù la temperatura, in una notte. La voce assottiglia al palato, un filo. Al sole ancora ancora ma l’ombra è già aria fina. In una notte la mattina porta l’inverno. Lo so com’è. I suoi occhi candeggiati arrossano. Lui non fuma?, l’uomo annuisce e accende la sigaretta. Lei fa il gesto con la mano scheletrica di acchiappare l’aroma della sigaretta e la porta alle narici. Sessantadue anni fa, proprio oggi. Aveva otto anni. Se era qua ne aveva settanta. Si sedeva giù proprio come lui adesso e mi guardava. Due vecchi, la mamma e suo figlio. A quell’ora qui era già morto, a un quarto del mezzogiorno l’era già freddo. Che inverno. L’uomo che ascolta stacca la cenere col mignolo dentro la ceramica orlata d’oro stinto. Anche mio marito faceva così. Era tornato dalla notte. Faceva i turni. Che lavoratore. Mi portava a casa tutti i soldi. Non aveva vizi, fumava qualche sigaretta. Era domenica. La bicicletta era lì, fa un segno indicando il portico, in un’ombra statica. L’ho lasciata lì vent’anni. Poi l’ho regalata ad un meridionale che andava al lavoro a piedi. Si faceva cinque chilometri a piedi, tra andare e tornare. E una mattina gli ho fatto segno di prenderla. Non stava più nella pelle. L’è morto anche lui due anni fa. Tutti sono andati.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    E allora quella mattina a fine turno lui è arrivato. Erano le sette e mezza. Si cavava gli scarponi prima di entrare per non far rumore all’angelo che dormiva ancora. Aveva otto anni. Era in seconda. Sessantadue anni che è morto. L’è là con il suo papà. Quand’è morto mi ha fatto un piacere vederlo là. Sono insieme. Mi pareva che, come dire, che vicini così mi sembra giusto. Ecco. E allora mentre gli spazzolavo la giacchetta e i calzoni ho visto che il pacchetto era vuoto. E ho detto proprio così, quando l’Angelo si leva lo mando a prendere le sigarette. Gli do la moneta e lui va, al va in bicicletta con la furia del vento, tutto contento, per il suo papà. Il suo papà, guai. Alle otto e mezza aveva ancora dieci minuti di vita. È andato a veder suo padre che dormiva. Al pomeriggio andavano insieme all’oratorio, l’Angelo con i suoi amici e mio marito si fermava a bere un bicchiere di vino all’osteria. Solo uno. Si sedeva, beveva un bicchiere di vino, fumava una sigaretta. Ascoltava le discussioni. E all’Angelo gli pagava il Mottarello. Quando gli ho detto che poteva andare a comprare le sigarette non ha fatto neanche colazione. La faccio dopo, con quella sua voce che è ancora qui, la faccio dopo. Ha inforcato la bicicletta. Era rossa. Arrivava appena a toccare con la punta delle scarpe. Non l’ho visto più. E non viene più, non viene più. Mi cedevano le gambe. Sono andata in fondo alla via. E in fondo alla via di traverso c’era là i carabinieri, una macchina ferma, la gente. Ho visto la bicicletta rossa tutta fatta su. Io lo so cosa vuol dire il dolore della Madonna. Io lo so. Non lo auguro a nessuno. Sessantadue anni. Ed è ancora stamattina. Adesso.

    Emanuele Torreggiani

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