“Il Crocevia, Il Diavolo e un’eredità eterna – Robert Johnson”. By Trex Roads

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Oggi la Trex Road viaggia nel tempo. Un tempo lontano, ma così dannatamente attuale.

 

Vi parlerò di una cometa, non di un nuovo disco o un nuovo artista.

Nel cielo esistono le stelle, lo rendono unico e magico, brillano di luce propria e rimangono per tanto tempo e poi ci sono le comete: brillanti, infuocate, uniche. Esse lasciano un segno brevissimo, ma ancora più brillante. Se ne vanno così come erano venute, con una scia luminosa, fra mistero e divino. Ecco nel mondo della musica esistono le stelle, quelle che rendono il firmamento stupendo e poi ci sono le comete che gli danno quell’aura di magia e poesia. Robert Johnson fu una cometa, fra le più belle e affascinanti di tutte, assieme a pochi altri eletti (Mozart, Jimi Hendrix, Duane Allman… lui è fra loro per intenderci). Ha lasciato nel mondo dell’arte e della musica in pochi, pochissimi anni, una scia luminosa che ancora oggi ci cattura e ci rapisce, ci lascia con quel senso di stupore che solo i toccati da qualcosa di soprannaturale ci possono lasciare.

 

Robert Johnson nacque nel 1911 ad Hazelhurst, Mississippi, o almeno, questo è l’anno che quasi tutti gli studiosi della sua incredibile vita sono concordi nel ritenere quello di nascita. Sì, perché ogni fatto legato alla sua vita, dalla sua nascita alla sua morte, è avvolto in una coltre di mistero e leggenda, che non fa che accrescere ad ogni racconto la voglia di saperne di più e proprio questo fu il trampolino per mantenere, fortunatamente, vivo il ricordo di quest’uomo così sfuggente e straordinario.

Figlio illegittimo, visse in un periodo storico e in un luogo difficile e pericoloso per un uomo di colore, soprattutto se come lui aveva l’indole ribelle. Tutto avrebbe fatto, meno rovinarsi le mani in una piantagione di cotone come schiavo. Si dice che abbia prima imparato a suonare l’armonica dal fratello Charles Leroy, divenuto poi a sua volta pianista blues abbastanza apprezzato nel Sud, ma poi abbia indirizzato il suo interesse sulla chitarra, unico suo vero amore. Non tutto fu facile all’inizio e proprio da qui nasce la leggenda, quella che lo ha reso immortale assieme alla sua straordinaria musica.

 

Nel Sud degli Stati Uniti in quel periodo l’unico luogo dove gli schiavi delle piantagioni potevano recarsi dopo le giornate devastanti di lavoro senza sosta, erano i juke joint: locali dove si beveva, ci si incontrava, si ballava, ma soprattutto si suonava blues. Fra i più celebri ed imitati c’erano sicuramente Son House e Willie Brown e proprio loro due, più volte, hanno narrato di questo ragazzino che fra uno spettacolo ed un altro, si intrufolava sul palco e cercava di strimpellare le loro chitarre, con risultati, a detta loro, imbarazzanti, tanto che il pubblico chiedeva di interrompere lo strazio cacciando quel piccolo chitarrista così poco dotato. Quel ragazzo rispondeva al nome di Robert Johnson.

Di quel periodo, la fine degli anni ‘30, si sa che il suo carattere e la sua esistenza già duramente provati, furono sconvolti per l’ennesima prova a cui la vita lo aveva sottoposto: perse per il parto la sua giovane moglie, Virginia Travis e il figlio. Da lì in poi, dicono, le donne gli servirono solo per farsi mantenere e per il sesso. Un maniera crudele e cinica forse di vedere la sua vita, che da lì in poi si fece oltremodo dissennata, ma non così lontana dalla verità, visto poi come finì.

Dicevamo della sua documentata scarsa abilità con la sei corde, ecco in quel periodo RJ scomparve per un anno circa, narrano le cronache e al suo ritorno nel Mississippi diede sfoggio di un talento mai visto e un’abilità incredibile che nessuno avrebbe mai immaginato.

Ma cose successe durante quell’anno lontano da tutto e tutti? In che modo un chitarrista poco dotato e senza inventiva, divenne in pratica il bluesman più copiato e ammirato della storia della musica del Delta del Mississippi?

Ci sono momenti e fatti che non possono essere spiegati subito razionalmente. Ecco, in quei momenti la gente preferisce affidarsi al soprannaturale, al mistero e la tradizione orale ingigantisce il tutto, una foschia di mistero e fatti reali che si fondono tramutandosi in leggenda. Se aggiungiamo che il buon Robert cavalcò il tutto, allora diventa storia. Vedendolo suonare in quel modo la Musica del Diavolo, il pubblico cominciò a narrare che solo con un patto col Diavolo stesso avrebbe potuto in così poco tempo diventare questo fenomeno. Johnson confermò questa storia più volte, anche nei suoi testi, in maniera molto furba: narrò che in aperta campagna ad un crocevia di strade (il celeberrimo crossroads) una notte vendette la sua anima al demonio in cambio dell’abilità nel suonare la chitarra. Un patto che poi chiese il conto con la sua morte violenta e prematura, dicono. Qui la leggenda che tutti conoscono e che viene tramandata ancora da quelle parti, si sa il pubblico è attratto dai misteri e dalle storie di angeli e demoni.

 

E se non volessimo credere a queste storielle della buonanotte, affascinanti sì, ma ovviamente senza basi reali? Ci sarebbe un’altra storia, anche questa molto affascinante e con qualche base di verità storica, ma anch’essa con un alone di mistero e magia che non abbandona mai la vita del grande Robert. Dicono che durante questa sua assenza abbia conosciuto un maestro di blues in un locale dalle parti di Martinsville, tale Ike Zimmermann, che presolo in simpatia lo invitò anche a casa sua. Ci sono delle testimonianze di tutto questo, tramite i famigliari di Ike: lui gli insegnò tutto quello che sapeva sul blues e sull’arte di ammorbare le folle. L’alone di mistero rimane perché di questo Zimmermann, maestro blues, non c’è nulla di registrato, ci sono solo due foto (come anche per Johnson, anche se ultimamente ne sono state trovate altre certificate, ma discusse e le potete vedere nell’articolo, nda) e poi le lezioni venivano impartite di notte nel cimitero locale, dove nessuno si poteva lamentare del rumore o magari avrebbe partecipato alla festa. Anche il Diavolo?

Fra verità e leggenda, una cosa resta certa e cioè il suo talento alla chitarra, il suo fingerpicking (senza plettro) che divenne riferimento per tutti gli amanti della sei corde, era incredibile. Mai si era vista una cose del genere, una tecnica favorita dalle sue dita lunghissime. A detta del mitico Keith Richards (membro fondatore dei Rolling Stones e folle amante della sua musica) “sembrava un gruppo di 2 o 3 chitarre, mentre invece era solo”. I testi poi immaginifici e spettrali erano precursori di ogni cosa che sarebbe arrivata anni, decenni dopo. Incredibile. Forse per questo le sue leggende ci affascinano anche ora.

Le registrazioni arrivate fino a noi sono solo 29, avete capito bene, e frutto di 5 sessioni di registrazione organizzate da Ernie Oartle, scopritore di talenti dell’ARC che ne rimase rapito, dopo aver assistito ad una delle sue scorribande serali nei locali. Le prime tre avvenute in una camera del Gunter Hotel di San Antonio, Texas nel novembre 1936 e le ultime due a Dallas, Texas nel giugno del 1937 al terzo piano di un palazzo al 508 di Park Avenue.

Dopo queste sessioni la vita dissennata e pericolosa di Robert Johnson continuò per tutto il Sud e il suo talento arrivò alle fini orecchie di John Hammond, più che leggendario produttore e musicista di New York, che stava organizzando un concerto che avrebbe fatto storia alla Carnegie Hall dal titolo “From Spirituals to Swing”. Lo sentì in quelle registrazioni e doveva averlo alla serata del 23 dicembre 1938, senza discussioni.

 

Purtroppo, dicevamo, la vita continuava nel Sud e portò RJ al suo appuntamento con la riscossione del suo tributo al Diavolo. Nell’agosto del 1938, raccontano, soleva suonare spesso al Three Forks, un juke joint di Greenwood, Mississippi, assieme a Honeyboy Edwards. In questo locale soleva anche intrattenersi in maniera insistente, con la moglie del proprietario del locale, che pensò bene di farla pagare al musicista blues avvelenando il whiskey che gli aveva servito. Narrano che morì in maniera atroce, in 3 giorni, dove assomigliò paurosamente ai segugi demoniaci delle sue canzoni, gridando e quasi ululando. La morte sopraggiunse il 16 agosto 1938. Una morte comunque avvolta di mistero e dubbi, infatti nessuno ne fu mai accusato. Il membro fondatore del Club 27 aveva posto le basi di un’eredità legata alla musica morendo a soli 27 anni in maniera tragica, come poi avvenne per altri, anche loro toccati da un talento fuori dal comune, ma scomparsi presto, proprio a quell’età come RJ : Jimi Hendrix, Jim Morrison, Brian Jones, Amy Winehouse. Lui fu il primo anche in questo caso, come nel suonare in quel modo, con il suo cantato lancinante in falsetto e i suoi testi spaventosi e magici. Precursore in vita e dopo la morte.

John Hammond quindi non riuscì mai a farlo suonare a New York, ma risolse mettendo un grammofono sul palco e mettendo quelle registrazioni sul piatto. Il pubblico si entusiasmò a tal punto che lo spinsero a pubblicare il celeberrimo disco King of the Delta Blues, che mantenne per un pò i riflettori su questo straordinario musicista. La sua rinascita vera e propria avvenne, però, con il boom del blues britannico degli anni ’60 e così divenne il padre putativo del rock moderno. Tutti si sono ispirati a lui nel bene e nel male, nella musica blues e rock in ogni chitarrista, c’era un pò di lui : Jimmy Page, Eric Clapton, John Mayall, Keith Richards, Jimi Hendrix, Jeff Beck e potremmo continuare con un elenco infinito aggiungendoci tutti i suoi proseliti nel blues che sfociarono poi nel blues elettrico e moderno, primo fra tutti Muddy Waters.

Sono usciti tantissimi dischi o raccolte contenenti le sue canzoni, ma attualmente la più completa su quelle 5 mitiche sessions, che ormai sono patrimonio dell’umanità, è il disco uscito per il centenario della nascita nel 2011 e cioè “The Centennial Collection : The Complete Recordings”. Le 29 canzoni e i vari take che restituiscono alla storia un uomo misterioso e geloso del suo talento, così geloso che suonava di spalle (anche durante quei famosi takes) per non essere copiato o giudicato. Il più importante e talentuoso esponente della Musica del Diavolo, a cui ovviamente la sua anima appartiene in maniera eterna. Dannazione e fama tramite le sue note.

Le parole non sono mai esaustive, anche se in questo caso alimentano uno stupendo e tragico mistero, e quindi vi consiglio, se non lo conoscete, di recuperare il disco in questione e lasciarvi trasportare nel tempo, nei lontani anni ’30. Andate con la mente laggiù nel Mississippi e immaginarvi seduti al tavolo di un vecchio juke joint, seduti ad ascoltare un uomo di spalle, fra nuvole di fumo e sapore di whiskey, che suona come fosse posseduto dal Diavolo e che incanta il pubblico, proprio come colui a cui appartiene la sua anima immortale: ci credete anche voi vero? Se la risposta dovesse essere negativa, converrete comunque su di una verità assoluta e cioè che la magia del suo lascito in note è immortale, come la sua leggenda.

 

Buon ascolto,

Claudio Trezzani by Trex Roads  www.trexroads.altervista.org

(nel blog trovate la versione inglese di questo articolo a questo link : https://trexroads.altervista.org/the-crossroads-the-devil-and-the-eternal-legacy-robert-johnson-english/

 

 

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