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Il Corrierone intervista il “nostro” Gianni Bugno

Riproponiamo alcuni stralci della bellissima intervista a cura di Paolo Beltramin apparsa lo scorso 6 aprile sulla versione on line dello storico giornale di via Solferino

MAGENTA – Per gli amanti del pedale e non solo dell’est Ticino, Gianni Bugno è stato l’emblema del ciclismo di questi anni. Un personaggio che anche noi di Ticino Notizie abbiamo avuto il piacere d’intervistare l’anno scorso in occasione dell’arrivo del Giro d’Italia in quel di Abbiategrasso (vedi la video intervista di Fabrizio Provera  realizzata all’epoca)

Gianni Bugno, vincitore del Giro d’Italia e Campione del Mondo

#GianniBugno vincitore del #GiroItalia 1990 e Campione del Mondo di ciclismo nel 1991 e 1992 ai microfoni di Ticino notizie. E’ lui il testimonial della tappa del Giro che il prossimo 24 Maggio partirà dal Comune di Abbiategrasso.Eccola nostra intervista.Buona visione!

Pubblicato da Ticino Notizie su Sabato 17 marzo 2018

 

Bugno, malgrado la grande classe e i traguardi raggiunti, è ancora oggi per certi versi, una sorta di antidivo. Un personaggio umile, talvolta di poche parole, che non ama troppo prendersi sul serio per quello che ha fatto. Ma è anche un campione che dice le cose per quello che sono, senza fare pretattica. Ma che soprattutto guarda sempre al futuro, sarà per questo che le sue venti maglie rosa le ha regalate tutte…

Cogliamo così l’occasione per proporre alcuni stralci dell’intervista a firma di Paolo Beltramin  apparsa sabato sulla versione on line del Corriere, perché ha consentito a tutti noi, tifosi del due volte campione del Mondo, di rivivere il ‘Bugno pensiero’. A tutto tondo.

Il 3 aprile 1994 è il giorno di Pasqua. Dopo il pranzo della festa, la voce familiare di Adriano De Zan racconta su Raitre il finale del Giro delle Fiandre. All’ultimo muro sono rimasti in quattro. A 250 metri dal traguardo nonni, genitori e figli si alzano in piedi davanti alla tivù: Gianni Bugno, il campione appena 30enne ma già dato per finito, con uno scatto impressionante ha staccato il padrone di casa, il super favorito Johan Museeuw. A 150 metri sembra fatta. Nessuno si accorge, però, che il mastino fiammingo non ha ancora mollato. A 100 metri sono già più vicini, a 50 hanno solo una ruota di differenza. A 10 Bugno smette di pedalare e alza le mani per esultare, e solo allora si rende conto che il rivale nel frattempo sta dando il colpo di reni. Una foto mostrerà il suo volto passare dalla gioia alla disperazione, nell’istante esatto in cui percepisce cosa sta succedendo.
A fine gara nessuno sa ancora chi ha vinto. La tivù trasmette e ritrasmette il fotofinish, i giudici impiegano 10 lunghissimi minuti per decidere: la corsa, 268 chilometri di asfalto e pavé, viene assegnata a Bugno per appena un centimetro.

Ma quella volta, 25 anni fa, non poteva aspettare altri due secondi prima di festeggiare? 
«Io ero sicuro di avercela fatta. Avevo calcolato tutto, tranne che Johan si era messo nel lato coperto dal vento. Dopo il traguardo mi è crollato il mondo addosso. Perché nonostante le belle parole di de Coubertin, nello sport bisogna vincere, non basta partecipare. Per fortuna alla fine è andata bene».

«Non ho più niente di quegli anni, ho regalato tutto, comprese le bici. Alcune coppe che ho vinto da ragazzo, mia madre le usava per metterci i fiori. Non ho mai tenuto ai ricordi, non ho mai rivisto le mie gare su YouTube, preferisco guardare al futuro».

Indurain era un semidio? 

«Per me non esistono semidèi. Ci sono gli uomini, e Dio. Miguel era umano e per questo poteva essere battuto, anche se io non ci sono riuscito».

Lei andava più d’accordo con lo spagnolo, il campione da attaccare, che con l’altro eterno sfidante, Claudio Chiappucci.
«Miguel era un esempio per tutto il gruppo, sempre corretto, riusciva a vincere senza suscitare invidie. Ma non è vero che Claudio mi stava antipatico, pensi che ci sentiamo ancora. Abbiamo caratteri opposti: lui ha sempre cercato le luci della ribalta, lo spettacolo, io no. La semplice verità è che correvamo per squadre diverse, non potevamo non essere avversari».

Ha passato la vita agonistica a inseguire il sogno del Tour de France, senza mai riuscire a indossare la maglia gialla. È ancora convinto che il Tour sia meglio del Giro? 
«Per niente. I francesi sono molto bravi a livello di immagine, ma la nostra corsa ha un fascino straordinario e un percorso stupendo. Per inciso, la mia vittoria al Giro non la cambierei con nessun’altra gara al mondo».

I suoi due figli hanno preferito il pallone alla bicicletta. Alessio, 28 anni, fa il calciatore di mestiere. Ma non è un’onta? 

«Ma no, naturalmente li ho lasciati liberi di scegliere. Alessio gioca nella Pro Sesto e a volte vado allo stadio a vederlo, anche se non capisco bene le regole. Del resto, il pallone è un gioco, mentre il ciclismo è uno sport. C’è tutta la differenza del mondo. A calcio stai in 11 contro 11 per un’ora e mezza, al Giro d’Italia stai da solo in mezzo a un gruppo di 180 persone per 3.500 chilometri. Devi pensare a mille cose, ai compagni di squadra e agli avversari, al percorso e all’alimentazione: questa sì che è una scuola di vita».

Pochi giorni dopo le elezioni del 2006, Marco Beccaria in un saggio su «LeftWing» paragonò la vittoria al fotofinish di Romano Prodi su Berlusconi a quella sua al giro delle Fiandre del ‘94. La volta dopo gli sconfitti si presero entrambi la rivincita, Museeuw in fuga solitaria al Fiandre del 1995 e il Cavaliere alle elezioni anticipate del 2008.
«Io e Prodi siamo andati in bici insieme qualche volta. Per lui ho una stima profonda: non solo come politico, ma perché è una persona semplice. Per usare un termine di moda: anche quando era alla guida del Paese, lui è rimasto davvero vicino al popolo, perché è così per natura».

Diversi ex campioni sportivi sono entrati in Parlamento. Ci ha mai pensato? 
«Quello che mi piacerebbe, se me lo chiedessero, sarebbe fare l’assessore nella mia città, Monza. Naturalmente vorrei occuparmi di sport. E di viabilità».

Ha già un programma? 
«Sarebbe bello permettere più spesso ai giovani ciclisti di correre nell’autodromo. Ma soprattutto, io vorrei tornare a vedere i bambini che la mattina vanno a scuola in bici. Oggi nelle nostre città è impossibile, le strade non sono sicure».

Anche lei promette più piste ciclabili? 
«Le piste ciclabili in Italia non servono, perché sono fatte male, vengono puntualmente invase dai pedoni e si va troppo piano, perché c’è uno stop ogni 100 metri. La soluzione è l’educazione stradale, bisogna insegnare agli automobilisti che se vedono una bici non devono schivarla, ma frenare».

Ma è vero che al Giro del Messico del ‘93, l’autista ubriaco di un carro attrezzi tagliò la strada al gruppo, provocando decine di feriti, e il mite Gianni Bugno smontò dalla bici, lo andò a prendere e gli tirò un pugno?
«Ricordo che un po’ di casino era successo… Del resto ero il corridore più autorevole del gruppo, dovevo prendermi le mie responsabilità».

Oggi lei è presidente dell’associazione mondiale corridori, cioè il sindacato di categoria. Quant’è lo stipendio minimo di un ciclista professionista?
«Trentamila euro l’anno. E le assicuro che sono sudati. Ammiro questi giovani, la loro passione».

Gianluigi Stanga, direttore tecnico della sua squadra per 7 anni, ha raccontato che con lei non ha mai dovuto trattare per un contratto: accettava a occhi chiusi ogni proposta di rinnovo. Ma allora correva davvero per amore, come Girardengo?
«All’epoca i procuratori non c’erano. E per me è sempre contata la parola data. È sempre bastata quella»..

Un lavoro originale: il pilota di elicotteri. 
«A 34 anni non potevo vivere di rendita, e non avevo voglia di andare in giro a fare la vecchia gloria. Sono stato fortunato: dopo essermi dedicato per 22 anni a una mia passione, adesso da altri 23 mi dedico a un’altra attività che mi entusiasma. Sono due lavori difficili, per i quali devi fare le cose per bene; ci vogliono grinta, impegno quotidiano e devi essere anche un po’ folle. Fra una decina d’anni se tutto va bene aprirò il terzo capitolo della mia vita: andrò in pensione. E allora magari mi riposerò».

Ha letto il libro inchiesta «The program» sul sistema doping di Lance Armstrong? Ha visto il film che ne ha tratto Stephen Frears? 
«No, ma non posso rispondere su Armstrong senza dire chiaramente che per me era e resta un amico, anche se non lo vedo da tempo. È una persona che stimo, non voglio essere io a giudicarlo. Rispetto le leggi e le condanne che ha avuto. Ma vorrei ricordare che è un uomo che ha ammesso di aver sbagliato. E ha pagato a caro prezzo i suoi errori».

C’è chi sostiene che abbia distrutto questo sport. 
«Io penso che anche grazie ai suoi sbagli si è capito che non bisogna più sbagliare. Del resto, il problema del doping esiste in tutti gli sport. La differenza è che il ciclismo è l’unico che lo combatte seriamente».

I giornali di allora raccontarono che perfino sotto il podio di Benindorm, nel giorno del suo secondo Mondiale consecutivo, lei avesse gli occhi azzurri un po’ tristi. Poi disse in conferenza stampa disse: «Mi dispiace per Jalabert, anche lui meritava la maglia iridata». «Ma lei in vita sua mi ha mai visto ridere…?» Non si sente mai davvero felice?

«E invece sì, anche se non rido. Già soltanto svegliarmi la mattina mi rende felice. Pensare ai miei figli ancora di più. Quest’anno il grande si sposa, il piccolo fa l’università. Vedere che si stanno sistemando è la cosa più bella».

Qualche anno fa, in tivù, Auro Bulbarelli ha detto che il motivo per cui Bugno è stato (ed è ancora) così amato dai suoi tifosi, in fondo è semplice: oltre che un grande campione, è una gran brava persona. Il belga Joan Museeuw in carriera di Giri delle Fiandre ne ha vinti ben tre; ha chiamato suo figlio con un nome italiano: Gianni. Un omaggio al ciclista che stimava di più.

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Redazione Ticino Notizie

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