Il circo Barnum di Città Oggi, la geniale follia del Lele e la grazia di Giovanna

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    Ricordi di uno splendido giornale che fu. E di un’epoca che non tornerà mai

     

    E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi
    emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi
    finché u matin crescià da puéilu rechéugge
    frè di ganeuffeni e dè figge
    bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
    che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä.

    E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli
    emigranti della risata con i chiodi negli occhi
    finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere
    fratello dei garofani e delle ragazze
    padrone della corda marcia d’acqua e di sale
    che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare.

     

    MAGENTA – Quello spicchio di via IV Giugno, nobilmente decadente, affacciato su un lussureggiante prato che mai praticammo, intenti a leticare e praticare la più alta finzione del giornalismo serio, ci sembrava come la redazione del New York Times.

    La picconante seconda repubblica agli esordi, il tramonto sulla prima che noi giovani destrorsi plaudevamo acritici e incoscienti.

    Il più incredibile, straordinario e mai ripetuto esempio di redazione anarchica, collettiva eppure fortemente gerarchizzata.

    Era questo, mente sapendo di mentire chi lo nega, il panorama umano, etico ed estetico che trovai a Città Oggi nel 1992, quando neppure diciannovenne varcai quell’augusta e solida porta, in cima alle scale. Stavamo scrivendo una storia irripetibile, del tutto inconsapevolmente.

    Ineguagliata e ineguagliabile la fauna umana che ci bazzicava: Carletto Cassani e i suoi cappelli da gangster, fino a 18 pezzi il giorno per il Giorno dell’epoca, picchiati con violenza feroce su un Olivetti da pochi pollici e una sega, la Opel verde diamante spinta a 210 all’ora sull’A4 verso Schio, con una velocità massima dichiarata di 185 (….).

    Giovanni Chiodini e la fatica di contenere una banda di folli, lui e la sua connaturata moderazione tardo democristiana (e le querele da direttore responsabile), non l’ho mai capito sino in fondo ma per aver sopportato bestie come noi meriterebbe una causa di beatificazione (almeno l’avvio) analoga a quello della sua santa concittadina.

    Gianni Bersani e Susanna Cislaghi, così diversi eppur comunisti, iracondo e burbero eppur così buono lui, ariosa  e gentile- e precisa- lei, che assieme a un autentico bomber d’altri tempi- Dario Mella- formava una coppia lisergica. Dario entrò una sera alle 11, la nebbia fitta, e mancando una notizia da Sedriano alzò dal letto il democristianissimo sindaco dell’epoca: ‘Ciao Marco, sono Dario, viva la figa!’.

    Fabrizio Ponciroli, abbigliato come un gangster bianco di Harlem, guanti bucati alle mani, talento fine, è diventato giornalista sportivo e scrittore.

    Il decolleté di Antonia, la grafica, capello corto e occhiale castigato, che bramavamo io e un coetaneo di talento, capelli riccioli, sguardo vivo, sfolgorante intelligenza, patito di Vittorio Sgarbi e dello sgarbismo, un po’ perché ci gigioneggiava. All’epoca scriveva meglio di me, decisamente. Fu per spirito di competizione che diventai così bravo a maneggiare le parole. Fu grazie alla sua bravura che lo superai. Gli volevo molto bene. Veniva da Arconate. Poi sono cambiate tante cose, troppe. Una sola cosa, gli contesterò sempre: quello identico ad allora sono io. Non lui.

    Passò per breve tempo anche Linda, una ragazza di Inveruno dagli occhi azzuri, rimasta nella nostra mente  non tanto per doti giornalistiche, ma perché aveva un grandissimo e bellissimo culo. Se ne invaghì a tratti Giuseppe Leoni, che mi fece capire la ragione di cotanta smisurata passione per le storie di Nosate, Buscate, Turbigo e Golasecca. A 20 anni lo irridevo. A 40 ho capito che aveva genialmente colto il male profondo della modernità post moderna: lo spaesamento e la rinuncia al senso dell’Origine. Alle radici, profonde e gelide, della storia che ci accomuna.

    Ci parlava di Angelo Vittorio Mira Bonomi, progettista tanto geniale quanto stonato che un paio di volte ci portò in redazione. Ogni volta che parlava, io non ci capivo un cazzo. Sarebbe venuto poi, il tempo della comprensione.

    Mario Bosetti in arte Martino, lo pigliavo per i fondelli perché Martino mi pareva un nome da frocio (dicevo all’epoca, con gergo da caserma, quale in effetti era) e per un fascista come Mario (e come me) era un feroce contrappasso, anche perché a Mario Bosetti le donne piacevano eccome, le sue cronache del Corbetta calcio di Walter Viganò erano da antologia del cazzeggio sportivo, il lunedì.

    Carlo Cassani, che imitava perfettamente la voce del professor Piercarlo Cattaneo, e una sera a mezzanotte costrinse il Lele a scendere dalla redazione per guadagnare il bancone dell’Adriano e del Franco, dove il commercialista miliardario di Gianfranco Funari aveva ingollato il decimo whisky and cola. E mandando a cagare il Carletto, rise e ne ordinò altri tre per lui e per noi.

    Pino Donatiello, il Maestro, che miscelava Campari ghiacciato in camicia bianca, cravatta e giacca nera. Il mezzogiorno che io e Carletto Cassani ne bevemmo otto in due, smettemmo di ridere attorno alle 18. Più o meno quando una distinta scrittrice di Casorezzo, ai vertici delle classifiche letterarie di quell’epoca, lamentando il taglio del suo pezzo da 35mila battute (….), si vide rispondere con un doppio grugnito da maiale. Non richiamò mai più, alla redazione di Città Oggi.

    Gabriele  Montanari in arte Gamont, amante profondo della sua Corbetta e del Corbetta calcio, socialista craxiano, la volte che intimò al Torre di inserire 20 righe su di una partita di coppa Italia (alle 11 di sera del martedì) si sentì un tonitruante ‘Gabrieleeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee, alla gente importa chi fa i pompini al preteeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee, non queste minchiate da calciofilo’. Gabriele Montanari in arte Gamont, che portò la terribile notizia della morte di Luciano Prada.

    Il maresciallo Sebastiano Ferraro, morto prematuramente, corrispondente da Santo Stefano Ticino. L’unico Carabiniere mai conosciuto devoto alla causa di Legambiente. Un galantuomo d’altri tempi.

    C’erano anche i becchini, od operai necrofori che vogliate. Uno era redattore sportivo, arrivava il lunedì sera alle 18 e alla sua vista ci toccavamo tutti i coglioni.

    L’altro era Magistrelli detto Magilla, 1 e 90 per 120 chili, passato alla storia per aver preso a badilate dalla rabbia un assessore ai Lavori Pubblici democristiano. Chiamava ed era diretto: ‘Qui cimitero, c’è Torreggiani?’

    Impressionante il circo Barnum umano che cercava, questuante, Lele Torreggiani. Politici, senatori, sindaci, biscazzieri, puttane, gente rovinata al Casinò, primari col Porsche, grandi evasori fiscali con Panama elegantissimo, i giovani camerati dell’epoca che cercavano ristoro nella sua saggezza primigenia, come Lele Cavallotti.

    Una volta Pia Bertarelli, bellissima donna e first lady, si lamentò col Lele del fatto che sua figlia, bellissima come la madre, prendesse la pillola. E lui, serafico: ‘Pia, ha solo voglia di scopare, non sta mica entrando in una comune di tossici.. Dai, sù’.

    A Città Oggi non si guadagnava un cazzo, ma imparammo i rudimenti del mestiere a stretto contatto con l’unica penna che potrebbe giocarsela, ancora oggi spesso primeggiando, con i Buttafuoco, i Merlo, i Ferrara, i Polito. Lele Torreggiani che vergava su un settimanale di provincia i pezzi più drammaticamente sottili, per capire la dilaniante guerra jugoslava. Le sue due corrispondenze epiche: la Santa Messa di Giovanni Paolo II nei Balcani martoriati e il periodo da 15mila battute senza punteggiatura. Perfettamente scorrevole, una ribalda provocazione-omaggio a Louis Ferdinand Celine. Quando Umberto Maerna mi volle con lui all’assessorato alla Cultura della Provincia, dove arrivai grazie a due fattori (i miei defunti genitori, il cui lascito di benessere ed educazione mi consentì di cazzeggiare fino ai 35 anni inoltrati senza, sostanzialmente, fare alcunché, e la scuola Torreggiani, che mi iniziò alla grande letteratura: Borges, Simenon, Hemingway, Bernhard, Duras, Marai, Kundera, tutto il meglio del catalogo di Adelphi), ogni volta che incrociavo un grande uomo di cultura, e gli facevo leggere gli scritti di Lele, lo sguardo stupito e silente trasmetteva la stessa domanda: ma perché uno dei più grandi scrittori italiani se ne sta rintanato e nascosto, a svernare in provincia? La risposta la conosciamo solo noi, pretoriani e fedelissimi del nostro Maestro, consapevole di non poter lasciare eredi (il talento ricevuto in dono, e duramente temprato dalla lettura onnivora, non potrà mai essere trasmesso, essendo sconfinato), anarca jungeriano e nel contempo Ribelle, uno che si sarebbe bevuto i Pansa e i Massimo Fini, se solo avesse voluto. 

    Ma Lele ha sempre preferito alimentare, generoso verso tutti, protettivo allo spasimo verso di noi, la leggenda del vicesindaco che circolava di notte con la Uno 45 verde diamante e un fucile mitragliatore AK 47 nel bagagliaio (scarico), utile a disperdere i coglioni di 20 anni come me che giocavano a calcio in piazza Mercato, di notte.

    Un giorno, come giustamente ha scritto lui, varrà il caso che uno studente di Letteratura riprenda in mano quelle pagine e quegli scritti (i suoi), per omaggiarne la sfolgorante grandezza. Un colpo allo stomaco forte come un gancio di Alì, un orgasmo letterario come la più travolgente delle scopate, un fraseggio spiazzante, un dribbling ubriacante di verbi, aggettivi e sostantivi partoriti da uno stato di grazia alla  Mano de Dios di Diego Armando Maradona in Argentina-Inghilterra, quando Dieguito ridiede al suo popolo di cafoni latini la rivincita contro la perfida Albione, dopo la sconfitta militare alle isole Falkland.

    Ecco, se c’è un parallelo lo si può fare tra Lele Torreggiani e il Lucio Sergio Catilina che si appresta alla rivolta, per tutelare l’onore di Roma, al grido ‘mi sono assunto, com’è mio costume, la causa generale dei disgraziati’.

    E poi tanti altri: Franco Bertarelli, sindaco che perse centinaia di milioni da oculista in ossequio ad un’onesta senza pari, troppo identito al Lele per non litigarci. Luca Del Gobbo, Sante Zuffada e Tino Viglio, che Lele capì meglio di tutti nella loro grandezza di foggia democrarita e cristiana. Come Beppe Crestani. Come Ambrogio Colombo.

    Sergio Garavaglia, democristiano folklorista di Ossona (dove vincerà le comunali del 1995 per 8 voti, grazie a un’intervista ‘tappeto’ scritta da me medesimo tre giorni prima del voto, riconfermato con pieno di consenso nel 1999), mente aperta e grande penna, il papà di una deliziosa, bellissima- nella sua discrezione forzosa e tumultuosa- ragazza,  un’anima dalle onde in perenne stato di tempesta, Camilla, che anni dopo passerà dalla versione 3.0 di Città Oggi, quella dove- allontanatosi il Lele- tutto cambiò per poi finire, purtroppo ingloriosamente. Lei, Linda Corno da Inveruno, Stefano Oldani, il più instancabile mediano alla Oriali e ultimo vero direttore di Città Oggi, il mio socio Fabrizio Valenti, assieme a tanti altri che tennero viva la fiamma, prima che si spegnesse per sempre. Assieme a  Mitti Loaldi, Patrizia Ansalone (la risposta di Cornaredo a Jennifer Lopez: gran bella femmina, la Patty), la talentuosa Alessandra Branca ed Alessandra Calloni, l’unica giovane meserese che sapeva tutto di Marc Almond, Brian Ferry e dei Roxy Music. Aveva due labbra che parlavano di paesi lontani, tropicali.

    Fu allora, nel 1992-93, che conobbi Giovanna. Che cos’aveva, di tanto speciale, quella ragazza classe 1970, di soli tre anni maggiore rispetto a me, eppur così immensamente matura, rispetto a tutti noi delinquenti da redazione?

    Me lo sono chiesto spesso, da domenica. Giovanna aveva quella dote rarissima che Gianmaria Vacirca dipinse sulla figura di Tarcisio Vaghi, un allenatore di basket legnanese morto a 40 anni di leucemia: Giovanna aveva una dose sconfinata di grazia.

    Ecco perché a lei, l’unica che potesse ambire a una condivisione così profonda con uno Tsunami quale Lele Torreggiani, dedichiamo Amazing Grace. Assieme alle parole, eterne, del poeta.

    A buon rivederci, Giovanna.

    Fabrizio B. Provera

    E tutti i Tuoi.

    “Ecco, ora scompaiono i volti e i luoghi. Assieme a quella parte di noi che li aveva amati. Per rinnovarsi, trasfigurati, in un’altra trama”.

     

     

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