Il Cavalletto, romanzo breve di Ivan D’Agostini- Orti

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    Una decina di anni fa (forse anche qualcuno di più), nel duemilasette, credo, la casa a sinistra del cardo del borgo, la prima, quindi a sud, venne (finalmente disse qualcuno) acquistata da una giovane coppia che decise di stabilirsi lì. Racconterò, semmai più avanti di questi due ragazzi. I primi due anni non fecero nulla, o meglio cercarono di approntare un minimo di vita all’interno della casa. A parte la sistemazione del tetto, per il quale chiamarono un impresa specializzata, il resto è opera di Sergio, il compagno di Laura (aiutato credo da qualche amico specialista per le parti impiantistiche), tant’è che i lavori, nonostante siano trascorsi ben oltre dieci anni, sono tutt’ora in corso. Spesso lo sento trafficare con aggeggi elettromeccanici, ha decisamente una buona manualità e le cose che allestisce sono di buona fattura e buona armonia (realizza anche ceramiche). Anche loro non si sono sottratti alla pratica dell’orto. Anche loro, quindi, alla pari di Vincenzo e la Piera, di fatto, sono collocati sulla medesima latitudine, godono di avere l’orto al sole per tutta la giornata. Solo verso il tardo pomeriggio, alcune zone vanno in ombra per effetto della presenza delle nostre case. Devo dire che ho assistito, senza, peraltro capire molto, ad un paio, forse tre, spostamenti della perimetrazione dell’area, pratica necessaria per evitare che cinghiali, caprioli, lepri o altri affamati animaletti, gradissero delle fatiche di Sergio (sì perché, checché se ne dica, la terra, come diceva mio nonno – e non solo lui- è bassa e a rivoltarla si fa fatica, tanta, spesso), godendo, quindi, in anteprima, di ortaggi, bulbi succulenti e foglie tenere. Devo dire che noto una certa discontinuità, quantomeno, a me così sembra, ma forse la lunghezza delle prospettive (rispetto al mio confine del prato basso … tra la siepe di alloro che ho collocato e l’orto di Sergio ci saranno almeno una ventina di metri), funge da ingannatore per la vista. Però, ci sono estati dove il giallo dei fiori delle zucchine si fa prepotente, esattamente come la dozzina di pannocchie che fanno a gara con le graminacee spontanee, che arredano piacevolmente il paesaggio. Diverso, dove ordine e non si fondono nel declivio naturale della collina (personalmente, le prose le avrei organizzate nell’andamento orizzontale, come i terrazzamenti delle Cinque Terre, ma la diversità arricchisce), l’orto diventa quasi una scrittura nel mezzo del campo, che un poco gli invidio, che racconta il passare e il mutare delle stagioni, restituendo, di anno in anno, sfumature sempre differenti, che connotano così la ricchezza della pazienza che l’uomo pone nell’osservare. Ma, forse, questo, prescinde dall’orto o meno.

    Ed ora tocca al nostro. Certo che, chiamare orto quel minuscolo pezzettino di terra che, da anni, dedico alla dimora di pomodori e qualche altro ortaggio, è azzardato, anzi, ridicolo. A differenza degli altri tre, che a spanne misurano almeno cento-duecento metri quadri, il nostro, un quadrato di tre metri per cinque scarsi, a cui, negli ultimi cinque anni, si è aggiunto un rettangolino, anzi due, di un metro per tre, che, quindi, in tutto, fanno si e no una ventina di metri quadri, letteralmente scompare e, anche la mia presunta fatica, si dissolve, anche se sono l’unico, ovviamente, a non possedere, men che meno usare, alcun mezzo meccanico per fresare, rompere e rivoltare la crosta della terra indurita dal gelo o dall’arsura estiva.

    Anch’io sono dovuto ricorrere ad alcune modifiche della postura naturale del terreno, dove si è deciso di fare l’orto (io e la Lì, tanti, ma tanti anni fa). Ho raddrizzato il terreno, che così è quasi in piano, ho mantenuto una leggera pendenza per favorire lo scolo delle acqua ed evitare il ristagno. Ho realizzato una modesta muratura di sostegno, ponendo, rigorosamente a secco, alcuni blocchi di tufo, di quelli che si acquistano da i florovivaisti (che negli anni sono diventati supermercati del verde e delle necessarie attrezzatture e corollari). Ogni anno cerco di cambiare le posizioni delle colture, nel principio e nel rispetto di una rotazione e alternanza degli sfruttamenti. Ogni anno, vado alla “Fontana” un luogo poco lontano da casa nostra, sulla strada che porta all’ormai cancellato paese di Pecorara (ridotto a ruolo di località, dopo il giusto e necessario accorpamento con due comuni circonvicini Nibbiano e Caminata, fusi nel comune che ora si chiama Alta Val Tidone), a prelevare quattro casse di buon letame (che il buon Giovanni mi dona ogni anno), da far ulteriormente maturare al sole, per poi inglobarlo nel terreno sul finire dell’autunno. Ogni anno provo nuovi ortaggi, che possano resistere all’arsura indiavolata di quel terreno, ad andar bene vedranno i nostri innaffiatoi, tra il sabato e la domenica e l’acqua gettata sulla terra dal buon Dio o chi per lui. Ogni anno provo forme nuove nel dedalo dei sostegni che organizzo per gli ortaggi, le canne di bamboo prendono forme di architetture, di sculture, di mostri o di delicati angeli. I nastri di stoffa, che la mamma mi ha insegnato ad usare per legare le giovani piantine ai bastoni, realizzano macchie di colore, ogni anno differenti. Senz’altro, occorre dirlo, il nostro orto è, in assoluto, il più buffo e ridicolo. Ma a noi va bene così ed è una gioia andar nell’orto alla sera per raccogliere un pomodoro maturo, un croccante peperone, basilico, prezzemolo. L’origano spontaneo, che da qualche anno cresce con un abbondanza strepitosa e anche i fiori, con cui irroro la superficie, dai tagete alla calendula che, oltre al colore fungono anche da deterrente per qualche goloso insetto. Mi danno la gioia visiva che, forse, più di ogni altra cosa serve. Alla sera, sono io che vado ad innaffiare la terra, troppe le zanzare e i moscerini che vagano per l’aria, e la Lì, fugge, perché attaccata, sarà buona, dico io, da mangiare. Ogni anno l’orto ci conduce per mano alle porte dell’inverno.

    Ivan D’Agostini

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