Il Cavalletto, romanzo breve di Ivan D’Agostini- L’albicocco

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    Nel millenovecentonovantatre, tre anni dopo l’acquisto della casa al Caselle[1], il babbo ci regalò una piantina: “Ivan questo è un albicocco, come quello della casa di via Pisacane (quella da dove ora sto scrivendo dopo qualche peripezia che ci ha portato qui dai primi di marzo di quest’anno), vedrai quanti frutti ti darà tra qualche anno …” e, in effetti, l’alberello crebbe in fretta. La posizione, il terreno vangato di fresco, l’aria e l’umidità, che alla sera scendevano dal bosco soprastante, erano gli ottimali ingredienti per le giovani piantine. Ben presto dal possente tronco i vigorosi getti si farcirono prima di fiori e poi di frutta. Memorabili e spettacolari i primi raccolti e le prime, consequenziali e necessarie, confetture (preparate per conservare una buona parte della frutta che maturava tutta assieme).

    Poi qualcosa, che ancor oggi non so’ spiegare, qualcosa accadde e il tronco iniziò a manifestare i primi segni di quella che sarebbe stata la fine della pianta. Dal castello dei primi rami, iniziò a fuori uscire una quantità di resina che coagulava all’esterno. A nulla valsero le cure che approntai quasi da subito, anzi, sembrava che la medicina, anziché curare, lenire le ferite che da dentro fuori uscivano, favorisse e facesse crescere il cancro.

    Dopo qualche anno smise di produrre frutta e, di colpo, morì. Fu per tutti noi una grande sofferenza e, non solo per l’improvvisa perdita di un caro amico che ogni anno dava frutta, fiori e profumi; l’albero, collocato in fondo all’angolo destro del prato basso, oltre ad adornare e arredare quel brano di geometria naturale, serviva anche per l’ancoraggio della preziosa amaca brasiliana, che il mio amico Dario ci portò, come regalo, da uno dei suoi innumerevoli viaggi: una bella e ricamata tela, su cui Melly e Laila amavano sdraiarsi, all’ombra, per l’appunto, del ricco fogliame.

    Mi auguro si capisca e si comprenda la nostra comune – di famiglia- passione per le piante, la verzura in genere, non potrebbe essere altrimenti per quella casa piantata, proprio come le piante e gli alberi del bosco, esattamente nel mezzo del bosco e a mezza costa del Monte Aldone. Va da sè che ogni arbusto di fiore o di verde, goda delle nostre intime attenzioni e cure e che, per ognuno, oltre al consueto ruolo di “ossigenatore”, si cerchi di affidargli una funzione, che lo coinvolga nella vita della famiglia, tanto che, per tutti o quasi tutti, si sia deciso di battezzarli con un nome specifico: come il buon Giuseppe, un cipresso. L’alberello fu un regalo che la nostra vecchia amica Silvana ci donò nel lontano millenovecentottantacinque, confondendo e  pensando che fosse un bonsai e che,  quattro anni dopo, considerato che il vaso, dove lui forzatamente stava, non riusciva più a soddisfare le sue normali necessità, piantammo vicino alla scala, collocata in discesa verso la cantina, (probabilmente soddisferò anche questa curiosità, ma  forse, più avanti.).

    Quella di dare un nome personale, che lo identifichi e lo distingua rispetto ai suoi simili, è una sorta di alchimia tutta nostra che, immaginiamo (stavolta tutti assieme), possa creare così un’appartenenza, nell’intimo dei nostri affetti  e una reciprocità nei legami (un’azione a me in special modo e che considero essenziale nella vita di ogni uomo), tale che mi pare che le nostre piante siano più belle di alcune altre, slegate dai legami della nostra parentela.

    Dopo aver atteso un altro anno, sperando che la pianta si ripigliasse e riprendesse a vegetare, a malincuore decisi di tagliarla.

    Ho conservato il tronco all’asciutto,l’ho tagliato e sezionato per il lungo, aiutato dal buon Enrico, ne ho fatto alcuni taglieri per la cucina. Il legno è liscio al tatto, di un bel colore, qualcuno si è fessurato, poco però, e sul tavolo (doppio) del pranzo in cucina al Caselle, troneggia un gran tagliere dove il tronco è stato tagliato di sbieco, a fetta di salame, (suggeritomi, credo, dal buon amico Riccardo) così che la superficie risulti più ampia.

    Dunque, qual è il senso di tutto questo? Mah.

    Di certo sappiamo che le persone, tutte e, indistintamente, ad un certo punto se ne vanno, cessano la loro esistenza, che siano belli o brutti, giovani o vecchi, ricchi o poveri, importanti o insignificanti, buoni o cattivi, generosi o avidi, sani o malati, tutti, giunti al termine del periodo loro concesso, diventano incoerenti per il mondo e, poco dopo spariscono dalla nostra vista. Di certo anche noi tutti, voi, noi, io, faremo il medesimo cammino e giungeremo sulla identica strada.

    Cos’è che mi turba: mi turba che, accidenti, l’amore, questa forza incredibile ed inesauribile che abbiamo dentro, non serva a riparare quei danni oscuri che provocano tutto ciò. A nulla è valso l’amore, la dedizione, le cure. L’Albicocco, il nostro Gigante, si è seccato, nonostante l’acqua, l’ombra e il sole, nonostante tutto. L’altro, quello vagabondo, quello bistrattato dal vento ingiurioso della velocità, quel turbinio che scaglia polvere e altro contro la corteccia marezzata dal tempo, se ne sta lì, fiero della sua magrezza, scompostezza, con quei rami aperti, chiusi e sconclusionati, con quelle ferite che il tempo non potrà mai adombrare, lui se ne sta lì.

    Alla sera, sul tardi, quando la notte cerca di impadronirsi delle ombre che scompaiono tra le foglie delle robinie, quelle piccole lenti che vibrano di continuo al fruscio del vento, quando, mentre il disco della Luna compare e scompare tra i promontori, che le nuvole disegnano alti nel cielo blu scuro, sopra la cima delle colline che ci sovrastano e che, forse un poco incombono, mi pare di sentire il profumo dei fiori del vecchio albicocco; accanto al ceppo che emerge dal terreno, il muschio si è ispessito. Quel resto lasciato lì, quasi fosse un cenotafio di affettuosa memoria, reclama ancora la sua parte. Ogni anno, allestisco una striscia contenuta di una porzione dell’orto, che in questo modo colonizza piccole porzioni del prato basso. Lì, accanto al ceppo, lascio solo il muschio. Ogni tanto, un rospo (il rospo, quello, forse, che la Melly aveva baciato sperando si tramutasse all’improvviso nell’adolescenziale sogno  del principe azzurro), salta fuori dalla fanghiglia del terreno a reclamare la sua tintarella di Luna, una compagnia calzante. A volte, mi giro di scatto e la chioma,  quella chioma ancestrale nella mia memoria, mi appare, importante, rigogliosa, i rami forti, con frutta generose, colorate e sgargianti come il sole.

    Grazie papà.

    [1] Abbiamo in questi anni associato il toponimo della località alla nostra casa e quindi, in buona sostanza, Caselle definisce tanto la nostra casa, quanto il medesimo borgo con le altre tre proprietà. Un combinato disposto che fa diventare nostro il luogo e noi appartenenti al luogo stesso, così la quarta casa, la nostra chiude il cerchio. Per la verità negli anni se ne è aggiunta una quinta, costruita appena fuori le “mura”, ovvero dal quel recinto immaginario che tutti sembra abbiamo tracciato con lo sguardo, così la nuova casa sembra sia fuori dal Caselle, dove non si sa, tanto che sembra un edificio apolide.

    Ivan D’Agostini

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