Il Cavalletto, romanzo breve di Ivan D’Agostini- Il ping pong

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    Quella dei tavoli al Caselle rischia di diventare una tradizione, oltre che una mania e, forse pure una fortunata persecuzione.

    Certo che, prima di avventurarmi nel racconto di questo particolare tavolo, mi piacerebbe fascinarvi con il significato del desco. Che è tutto per l’uomo, sin da prima che egli esistesse come tale o, forse, proprio quest’oggetto, ne può narrare la sua evoluzione, la sua trasformazione (quella dell’uomo intendo) che, dapprima, ne ha causato i suoni ordinati, non certo quelli di chi ruttava piano nei primi tempi, scimmiottando, è il caso di dirlo: quei versi dei prossimi suoi simili e dai quali cercava faticosamente di distaccarsi e di affrancarsi e, sebbene pare esserci riuscito, a volte, mi sembra che alcuni non abbiano ancora abbandonato quel vestito e che i rutti, li faccia di nascosto (accidenti a lui e alla sua ipocrisia!).

    Mi piacerebbe essere così profondamente informato, di come siano andate le cose ma, al momento, mi basta sognare che, sul primitivo piano di lava rappresa, egli abbia, forse accidentalmente, deposto la sua prima femmina, la sua prima inconsapevole preda, e lì l’abbia amata, scoprendo quell’orizzonte e, quelle mille consequenziali prospettive,che, ancor oggi, tutti ci attanaglia.

    Una prospettiva lunga, ma forse vi sto annoiando? che ha costruito le lunghe prose che cercano, scavando nel nostro incontentabile modo di essere, soluzione alle angosce che prendono l’uomo quando cerca. E sarà forse il senso della misura, il senso dell’equilibrio nel gestire forza, potenza, precisione e a soddisfarci, anche solo per poco, quando irroriamo, nel gioco le nostre energie. E sarà forse per quello che si è deciso di dare quell’oggetto:

    Ma, suvvia, dunque, torniamo al tavolo, anzi, a quel tavolo.

    Devo, come al solito, partire dall’alba di quello che ha iniziato ad essere quel luogo magico, perché è così, ve ne accorgerete anche Voi ben presto.

    Ora, i primi momenti, i primi anni, quando si era giovani, forse giovanissimi nella carne (ora un po’ di meno ma sempre ardenti nello spirito), quando la voglia di divertirsi (non che ora sia, almeno a me, venuta meno) era una sovrana, che cercava volume pure nella spasmodica voglia del fare; capitava che al Caselle, nello spazio semi striminzito del primo pezzo di casa, e che a noi tutti sembrava una reggia! (vi racconterò in seguito di come, un tocco alla volta, si sia allargata sino a diventare quello che oggi è),  ci si alloggiava in una mezza dozzina, e poco più, di creature. C’eravamo noi (io la Li e la Melly –mi si scusi l’articolo innanzi ai nome ma è per una familiarità quasi dialettale e meno pomposa, intima, azzardo-), a cui si aggiungevano, di solito tra il venerdì sera e il sabato mattina sul fare del mezzodì, Willy (il fratello della Lì) e la Rori (sua compagna), cui seguivano Riccardo (il decoratore) e la suadente, e quasi tenebrosa, Vir (mia amica e ex studentessa dell’IDIAC, quell’Interior Design Institute, antagonista del ben più famoso IED –Istituto Europeo di Design- dove ho “soggiornato” qualche decennio a discorrere e a spiegare cosa fossero e come si comportassero travi, pilastri mattoni e tanto altro).

    Ben presto ci siamo ritrovati a essere la, stretti stretti, una famiglia grande, a volte anche litigiosa nel bonario. Si faceva sempre tardi, fumando, sotto il portico, decine di sigarette, trangugiando prima vino, quello bianco, poi scivolando sul rosso e infine, sui vari intrugli, che avevo iniziato a preparare.

    Nell’ordine sparso: la grappa alla ruta, la grappa alle bacche di ginepro,-terrificantemente forte e ruvida- e poi, dopo qualche tempo, il famigerato Nocino dell’Ivan (quello che si beve dopo almeno sette anni di invecchiamento), poi ancora il mezzo vino e una sorta di rosolio che preparavo ad inizio giugno, miscelando vino rosso, zucchero, con una quantità di foglie di pesco e che si beveva, nell’anno successivo alla preparazione, dopo una giornata di frigo (un liquorino che ancora preparo per soddisfare il palato della Li). Dunque, una sera che si discorreva tra le varie e disparate grappe e qualche cognac, che qualcuno aveva acquistato, forse nauseato dai miei intrugli, Riccardo esordisce: “Facciamo un tavolo di ping pong?”.

    Ivan D’Agostini

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