Il Cavalletto, romanzo breve di Ivan D’Agostini- Il ping pong

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    Anche ora sono lì, con il loro traballante tremolio dei passi disuguali, che segnano solo il passo, anche questo non costante, come la vita, del resto.

    Quel ping-pong che, a dispetto dei tempi, continua a suonare ticchettii, sciabolate, misteriose schiacciate, sibilanti rovesci, che mi vede costantemente perdente (nonostante i mie inesorabili sforzi, devo rassegnarmi: sono un brocco, ho insegnato, bene, credo, ai miei figli, buon maestro, pessimo studente! Loro mi hanno superato) sull’agone, sia a due che a quattro. A volte, capita, che l’estate mi regali qualche serata trionfante, ma è solo un’illusione. Il giorno dopo Luca, mio figlio, e Maurizio, il vecchio amico e dirimpettaio al Caselle,  mi mazzuolano a dovere, invitandomi , così, ad impegnami di più.

    Io continuo indefesso a perorare, senza successo, la mia causa, convinto che conti l’impegno e non la riuscita. E anche qui, forse, un mah ci starebbe bene.

    Il suono del legno varia, a seconda del tempo, dell’umidità presente nell’aria, del modo in cui la pianta madre ha navigato nel tempo (lo sapeva bene certamente il buon Stradivari che sceglieva personalmente l’albero da cui ricavare i suoi magistrali strumenti), di come ha patito freddo e neve o, al contrario, di come abbia goduto di buon clima, di buona acqua e di terreno fertile nutriente. Le spire della sua vita ci raccontano tanto e tanto possiamo ricavarne. A suo modo anche quella superficie, dove oramai la tinta del Riccardo sia quasi svanita, erosa, scavata dal freddo e dal gelo, quel compensato – materia costruita dall’uomo con la materia che la natura gli dà- manipolato dalle industrie del legno, ottenuto ottimizzando materiali, processi, configurazioni e usi, è un terreno tutto da scoprire e da performare con le nostre presunte capacità di giocatori. La superficie del tavolo in questi anni si è degradata, sul piano si sono formati centinaia di buchini, fossette, avvallamenti e tante altre imperfezioni, che fa sì che il gioco non sia solamente accidentale, ma assolutamente imprevedibile e, questo, non solo mette costantemente  a dura prova le nostre labili capacità, al punto che le ha estese, dilatate nello spazio del tempo, il nostro e quello dei luoghi, .ma ci ha obbligato, in questi anni, a conformarci e a modificare il nostro stato, il nostro comportamento, ci ha obbligato e ci obbliga costantemente ad un continuo e incessante adattamento. A volte, mi pare che questo nostro fare somigli a quegli uccellini che, per mille cause e motivi, perdono il loro nido, costruito l’anno prima e che, profittando di materie nuove, fili elettrici al posto di fili secchi d’erba, riadattino la loro maestria della fattura con la nuova materia.

    Siamo, forse, per questo diventati più bravi?

    Forse, certamente un po’ più scaltri, forse ora, gli unici quasi rimasti assidui, io e il Maurizio, conosciamo buona parte dei buchi, tranne quelli che durante l’inverno si sono aggiunti alla compagnia e questo ci obbliga a fare i conti con il mondo che cambia, di continuo, costringendoci ad un comportamento quasi camaleontico, assoggettare il piano per non soccombere e, francamente, potrei trovare altri mille accidenti di convinzioni per conservare, questo pezzo di storia, ad oltranza, anche se da qualche anno a questa parte ci siamo ripromessi di sostituire il tavolo.

    Non credo lo farò mai, semmai, semmai, qualora dovessi decidermi di cambiarlo, anziché sostituirlo, farei una sovrapposizione (un’altra superfetazione?), terrei il vecchio piano come sostegno e sopra, a protezione, poserei il nuovo tavolo, pardon , piano, una sorta di mutualità, il vecchio sostiene il nuovo e il nuovo protegge il vecchio, in una reciproca assistenza (l’uomo e la sua reciprocità).

    Cristo Santo e, mi sembra quasi di bestemmiare a dire che il tavolo, qualunque esso sia, è l’altare delle nostre azioni: lì sacrifichiamo, componiamo, inventiamo, elaboriamo, vedo mio padre lacrimare e piangere sulla minestra del tavolo di formica della cucina, quello con il bordo di acciaio inox e stirato a caldo sul semitoro del fianco sagomato così per non ferire e lui, ferito e sconvolto che non si dà pace per quella sorella morta troppo giovane, e ancora è il piano dove le mie righe a T scivolavano nella frenesia di redigere prospettive ed esplosi assonometrici, quelli con il piano di ribaltamento riportato e inclinato di trentatregradi, come quelli –gli anni intendo- del Cristo, quando, su quelle assi ortogonali, ci ha lasciato – dicono le Sacre Scritture- la pelle, e noi lì sempre al tavolo a bere e a giocare a carte, che prima o poi quella puttana viene a letto con te e ti accontenta nella soddisfazione tua –sua non si sa- della carne che freme e frinisce in mezzo alle gambe, nelle pelvi che da millenni danno appagamento alla sete atavica dell’uomo; quel piano che accoglierà le tue spoglie che ardirai a comporre per celebrarne la tua resurrezione.

    Ivan D’Agostini

     

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