Il Cavalletto, romanzo breve di Ivan D’Agostini- Il ping pong

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    Il meno desideroso di fare fatica si dimostrò Willy, le ragazze parteciparono con l’aiuto delle loro possenti menti La piccola Melly si limitava ad osservare tutto il trambusto, forse snobbandoci un pochettino e dedicando il suo tempo alle sue bambole (era quello il tempo in cui la piccola Melly tiranneggiava  il piccolo Tito, il figlio dei nostri dirimpettai di strada, gli altri due “milanes” (che allora poco frequentavano le nostre serate goliardiche) mentre io e Riccardo che, per via di quel suo “accidenti alla gamba” non poteva sollevare pesi o compiere altre fatiche, ci davamo da fare per imbastire e dare vita alla nostra idea serale.

    La giornata si fece subito  movimentata ma dopo qualche minuto, e solo dopo avermi aiutato a trasportare il piano di compensato nel prato basso, Willy sparì in sella alla sua motocicletta, sarebbe ricomparso qualche ora dopo, infangato dalla testa ai piedi, per sparire sotto la doccia e fare capolino, profumato e rivestito di tutto punto, dopo una mezz’ora al richiamo: “Faccio un Negroni?”

    Noi nel frattempo avevamo prodotto: io avevo tagliato e sagomato la forma del tavolo, steso le righe del futuro campo, mentre il buon Riccardo, esperto nell’arte del pennello, si sarebbe sacrificato, lui grande artista del restauro pittorico, nello stendere le grandi campiture di verde contenute nei filetti bianchi che ne avrebbero delimitato il campo.

    In capo a due giorni, il campo era bello che fatto e pronto all’uso.

    Si era così noi, allora, ma non era solamente il gioco era qualcosa di più, era un senso, il senso dello stare assieme e quei tavoli, il comune piano del confronto, dell’unione, della condivisione hanno da sempre rappresentato, e certo non solo per noi, la base della semplicità e al tempo stesso della complessità dei rapporti umani.

    Parlarsi, guardandosi in viso, a volte con sfide supreme, lanciati in discussioni inesauribili dove, sapevamo benissimo che nessuno di noi avrebbe avuto contezza delle sue ragioni perché, semplicemente, nessuno aveva ragione in quelle tenzoni, e quel tavolo, l’ennesimo di quel luogo, ospitava una parte del ludico di cui noi tutti abbiamo necessità, e quell’oggetto, nostra e personale creatura, accresceva in maniera esponenziale le nostre gioie.

    Non importava reggere lo sguardo, importava guardarsi dentro e, soprattutto, farsi guardare.

    Talvolta gli sguardi cadevano su pieghe che la vista avrebbe voluto celare, il panorama o la stoffa, ma era solo un attimo, fugace e malandrino. Il pensiero stordiva la mente con i suoi solletichii ma subito, al batter d’ali d’una cinciallegra, si tornava co’ pensieri nostri alle nostre faccende ludiche.

    E’ stato teatro di sfide, di memorabili partite, persino un torneo estivo esteso ai villeggianti e autoctoni del circondario; quel tavolo aveva fatto di noi tre, meglio delle tre coppie e la nostra mascotte, i Signori del Castello, anche se tale, per la verità, non era, ma è stato bello, generosamente divertente, sano e semplice, al punto che quel tavolo ha assunto dimensioni  e proporzioni ciclopiche. E’ diventato l’emblema della nostra amicizia. Il senso dell’amicizia e dell’unione, attorno a quel tavolo spesso si sono frantumate le antipatie che sono diventate simpatie, si sono rotti i litigi che si sono tradotti in armonie, l’indifferenza si è sciolta con il sudore della rincorsa della pallina e, alla fine della tenzone, nessuno aveva veramente perduto la propria partita..

    Forse esagero, ma così certamente allora era.

    Sono passati anni, lustri, decenni, il tavolo è ancora lì. Nel mentre qualcuno è scomparso, qualcuno è volato nel cielo ad noi celato, qualcun altro raramente si affaccia alla nostra esistenza e fugacemente sorride. Lui, il tavolo del ping-pong, se ne sta appoggiato, leggermente e decisamente, su di un piano di legno, ampio, che ne favorisce l’uso, lo solleva dal terreno proteggendolo dall’umidità (che lì non manca di certo) e che permette di non infangarsi quando piove, un piano (forse un ennesimo tavolo) che sembra la tolda di una nave, una nave pronta a salpare per chissà quale meta …

    Ivan D’Agostini

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