Il Cavalletto, romanzo breve di Ivan D’Agostini- Capitolo 6, Illusioni

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    Si stava lì, costantemente a ridere, a sognare, a inventare la vita, che prima o poi avrebbe regalato a qualcuno, certo non a tutti, quel pizzico di desiderio incarnato nel concreto che avrebbe fatto da motore per il futuro.

    Il futuro? Coglierlo è un orizzonte inseguito invano, ma energia per la vita di domani.

    Si stava così, abbarbicati alle parole che uscivano a fiumi dalle nostre bocche ma ancor prima dai nostri gangli cerebrali; si discuteva e si litigava, con quell’astio che sapeva di buono perché nessuno odiava nessuno; fra di noi, il tono della voce spesso alto, ad affermare, per ognuno, ragioni che, nel domani, il fato avrebbe confutato e rese nulle. Il vino, il fumo delle mie Gitanes, delle Camel (quando ancora il disegno del pacchetto era teatro di mille e ancora mille interpretazioni) di Willy, il tabacco del Riccardo, le Emmesse aspirate con voluttà nella gola raschiosa di Fernando e di altre marche di tabacco che si miscelavano nell’aria quasi incontaminata del Caselle e che, alla sera, intingeva le nostre ugole, a dissetare le gole assetate di nicotina, mentre i tannini spalmavano sapori e odori, trasportati con i feromoni dei milioni di insetti che, qualche anno prima, avevano intinto il loro minuscolo “pene” nelle corolle dei fiori, assorbendone il polline, sin nei meandri occulti delle mucose.

    Fingevamo o, recitavamo, parti che, un giorno si sarebbero quasi dissolte, immaginando che accadesse il contrario. Ma no, e mi accorgo che sono ancora tutte là, ma anche qui. Qui, nella stanza transumante di questa mia nuova e vecchia dimora che mi capita, ora, di abitare tanto con il corpo poco ahimè con la mente. Perché a volte, il pensiero ritorna là, ed è un gioco di parole, che Musil evoca nel suo uomo privo di qualità; positività da ricercare nel cuore di chi siamo o di chi avremmo voluto essere o diventare o entrambe le cose assieme. Spesso, penso all’amicizia, a quella tradita e a quella amata e conservata.

    Gli amici, vecchi e nuovi, li ho condotti e invitati quasi tutti là, a sedersi attorno al tavolo, dentro o fuori che fosse, a sfamare, oltre che il vuoto del nostro centro, lo stomaco, pure la volta di noi stessi, il capo e il suo enorme e incontenibile contenuto e, assicuro, non è stato per pavoneggiamento ma solo desiderio di chiacchiera, di conoscenza.

    Ho atteso, per alcuni giorni, per altri mesi, qualcuno anni, qualcun altro lustri, che hanno accompagnato il peregrinare delle stagioni attorno alla sfera bitorzoluta, che fatichiamo ad abitare e, infine, qualcuno è ancora sulla soglia, a decidersi se accettare o meno quell’invito che non ha scadenza, se non la mia esistenza.

     

     

    Che senso ha, mi chiedo a volte, conservare l’energia del fare, per depositare atomi di materia inconsistente, come si fa in un salvadanaio, che però è senza volta e dalle pareti sconfinate?

    Ardua e impossibile la risposta.

    Qualcuno non c’è più, si è allontanato, qualcun altro è scomparso, qualcheduno è cambiato, qualcuno è riapparso, qualcuno è sempre stato lì. Oltre i limiti del tempo, il nostro, che ha un solo confine: l’inizio.

    Ecco, quello, quel luogo, è un inizio; dico uno, perché avrei potuto, e ne ho avuto, tanti altri. Il mio, quel preciso sito che ho scelto, come del resto quello di ognuno, si accompagna a tanti altri, che,  similmente ai nostri quaderni, dove abbiamo scritto, corretto e redatto i nostri innumerevoli compiti, esercizi, che ci hanno addestrato alle peripezie intramontabili dell’esistenza, quello è uno dei tanti modi per accaparrarsi spiegazioni, convincimenti, dove tracciare linee, strade, prospettive, dove costruire ipotesi, ma anche dove distruggere fantasie sciocche e presuntuose, dove dare corpo, invece, a quelle fantastiche, dove la mensola dei nostri sogni ha sbalzi immensi e che la gravità, là assente, non potrà mai costringere a flettersi, men che meno a rompersi, dove al contrarsi è il nostro io che si conforma, in tal modo, privato dall’arroganza delle presunzioni, e si flette alle necessità degli altri .

    Ivan D’Agostini

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